Il dramma remoto degli uiguri

 

25 luglio 2011 | By

Hotan.jpgStando alle fonti ufficiali cinesi si sarebbe trattato di un attacco terroristico in piena regola.
Degli uomini armati avrebbero iniziato con l’assaltare vari edifici fino a fare irruzione in un commissariato. Qui avrebbero ferito i poliziotti che si trovavano all’interno, preso alcune persone in ostaggio e sventolato dalla finestra delle bandiere che inneggiavano all’indipendenza. In seguito avrebbero dato fuoco allo stesso edificio ed avrebbero iniziato nelle strade uno scontro a fuoco con la polizia, uccidendo due agenti e due ostaggi, mentre loro avrebbero perso almeno una dozzina di uomini.
Secondo il Congresso mondiale degli uiguri, che trovandosi in esilio ha sede in Germania, la storia invece è andata diversamente. Ad attaccare in questo caso sarebbe stata la polizia, la quale avrebbe aggredito alcuni manifestanti che chiedevano pacificamente maggiori diritti e soprattutto delle risposte sul destino dei loro familiari arrestati nelle proteste del 2009. Inoltre i morti si conterebbero solo nelle file dei contestatori ed ammonterebbero ad un totale di venti.
Lo sfondo dal quale balzano delle notizie così contrastanti è la città di Hotan nello Xinjiang, una regione periferica della Repubblica Popolare Cinese che si trova praticamente al centro del continente asiatico. Lo Xinjiang è una delle cinque provincie autonome del gigante asiatico (lo sono anche il Tibet e la Mongolia Interna) in ragione della sua forte minoranza di religione musulmana e di ascendenza turca, gli uiguri appunto.
Molti però si chiedono quanto a lungo lo Xinjiang rimarrà effettivamente una provincia uigura. Stando ai dati sulle migrazioni, l’etnia maggioritaria del paese, gli han, starebbero erodendo rapidamente il primato locale (nella capitale Urumqi ormai il rapporto è di 6 cinesi han per ogni indigeno) e rischiano di far scomparire le specificità storico-culturali della regione. Tutto ciò a causa dell’uniformità che accompagna il modello di sviluppo cinese: un’urbanizzazione ed una modernizzazione a tappe forzate che travolgono ogni ostacolo che incontrano.
Un’assimilazione imposta dall’alto che coinvolge tanto gli uiguri quanto i mongoli, i quali a causa del loro isolamento geografico non riescono a dare visibilità al proprio dramma e restano ad affrontare da soli il potere centrale. Poche settimane prima di Hotan, anche la Mongola Interna è stata protagonista di disordini che hanno condotto a centinaia di arresti e forse addirittura all’applicazione della legge marziale in diverse località.

Il governo cinese interpreta ufficialmente ogni dissenso nell’area come dei rigurgiti separatisti e giustifica le proprie azioni in nome dell’unità nazionale. Ma anche del progresso e della modernità.
Un progresso che ha bisogno di risorse e che nello Xinjiang e nella Mongolia Interna può soddisfare buona parte della sua sete di gas e di petrolio. Una ricchezza dalla quale sembrano tuttavia avvantaggiarsi solo gli han, escludendo proprio i locali che si sentono così discriminati nel progresso in corso. Lo Xinjiang costituisce inoltre una testa di ponte per le repubbliche centroasiatiche, le quali possono fornire la Cina di ulteriori risorse come combustibili fossili, uranio ed oro.
Una modernità infine che accusa chiunque resiste di avere una mentalità ristretta e di anteporre delle tradizioni superate alla realizzazione del futuro. Se negli anni del maoismo questa visione ha cancellato per poco anche la stessa cultura han, oggi si riscopre il fascino dei vecchi riti per ridare smalto al troppo austero socialismo. Eppure si consuma anche una lenta ed inesorabile semplificazione della multiculturalità cinese.
Il tentativo di annullare le differenze interne per consolidare la stabilità interna sarà pagato con l’impoverimento dell’identità cinese. Ma come si è detto poco sopra, la cultura è funzionale solo per la propria immagine, perchè ciò che conta veramente per Pechino è il buon andamento degli affari.

 

 

 

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