Al-Qaida in Cina, l’insurrezione islamista nell’Uighur-Xinjiang, la Cina e il piano statunitense-saudito-israeliano per il Medio Oriente

Andrew McKillop, Global Research, 30 ottobre 2013

Il Piano Yinon vive
Prende il nome dal ministro degli esteri israeliano, al momento dell’invasione del Libano e dell’occupazione di Beirut nel 1982, che causarono circa 25000 morti; questo piano geostrategico del divide et impera sul MENA (Medio Oriente e Nord Africa) continua. Vittime di questa strategia dal 2011, gestita da Israele, Stati Uniti e Arabia Saudita, sono gli Stati divisi e indeboliti di Iraq, Libia, Yemen e Siria. Egitto e persino Tunisia potranno eventualmente essere aggiunti alla lista. Altri Paesi potranno essere identificati, a breve termine, sue probabili vittime. Nel febbraio 1982, il ministro degli esteri Oded Yinon scrisse e pubblicò ‘Una strategia per Israele negli anni ’80′, che delineava le strategie d’Israele per diventare la principale potenza regionale in Medio Oriente. In cima all’elenco delle raccomandazioni vi era decapitare e disintegrare gli Stati arabi confinanti in sotto-nazioni, in guerra tra loro. Chiamata pace nel feudo o semplicemente divide et impera, ciò faceva parte della strategia di Yinon per raggiungere gli scopi a lungo termine dei sionisti per estendere i confini d’Israele, senza indicare dove ma potenzialmente su una vasta regione. La sua strategia è stata calorosamente e pubblicamente sostenuta dagli anni ’90 dai leader degli Stati Uniti con stretti legami con Israele, come Richard Perle. Questo piano di balcanizzazione regionale è incentrato sullo sfruttamento delle divisioni etniche, religiose, tribali e nazionali nel mondo arabo. Yinon ha osservato la situazione regionale del MENA, “suddivisa” principalmente tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia dopo la sconfitta e il crollo dell’impero ottomano nel 1917. I confini tracciati frettolosamente e arbitrariamente non sono fedeli alle differenze etniche, religiose e tribali tra i diversi popoli della regione; un problema esattamente riprodotto in Africa, quando la decolonizzazione fu avviata negli anni ’50 e ’60. Yinon continuava a sostenere che ciò rendeva il mondo arabo un castello di carte pronto ad essere spazzato via e spezzato in piccoli Stati in guerra o “chefferie” settarie etniche, nazionali, tribali o basate su altre divisioni. I governi centrali dovevano essere decapitati e scomparire. Il potere doveva essere affidato ai signori della guerra delle nuove sub-nazioni o ‘mini-Stati’. A dire il vero, questo avrebbe certamente rimosso qualsiasi vera opposizione al dominio regionale d’Israele. Yinon ha detto poco o nulla dei “danni collaterali” economici.
A dire il vero, la strategia di Stati Uniti e Arabia Saudita affermatasi nella regione MENA è completamente diversa, o nel caso saudita riguarda mezzi simili, come decapitare i governi centrali, ma l’obiettivo è diverso riguardando la creazione di un enorme nuovo Califfato simile all’impero ottomano. Sotto gli ottomani le nazioni non esistevano, né c’erano frontiere nazionali e le amministrazioni locali erano deboli o debolissime.

L’insurrezione islamica è ben nota in Cina
La Cina conosce molto bene l’insurrezione islamica e il suo potenziale distruttivo per uno Stato nazionale. Anche negli anni ’80 e ’90, circa 25 anni fa, la Cina subì la minaccia “dell’insurrezione islamica” concentratasi nella regione orientale, la regione dello Xinjiang ricca di risorse e con scarsa popolazione. Fin dai primi giorni della Repubblica Popolare, negli anni ’50, la Cina affrontò l’insurrezione islamica con politiche e strategie che per lo più fallirono, ma di recente la doppia strategia di repressione interna o locale, e di aiuto e sostegno alle potenze islamiche che riteneva capaci di operare contro i jihadisti, fuori dalla Cina, ha prodotto risultati. La strategia cinese va completamente contro la politica occidentale e favorisce l’Iran. Un articolo su ‘Asia Times’ del 27 febbraio del 2007, riferisce: “Nonostante gli sforzi di al-Qaida nel sostenere i ribelli musulmani in Cina, Pechino è riuscita a limitarne il sostegno popolare… L’ultima prova è arrivata quando la Cina ha assaltato una struttura terroristica nella regione dello Xinjiang, vicino al confine con il Pakistan, l’Afghanistan, il Tagikistan e il Kirghizistan. Secondo le notizie, 18 terroristi furono uccisi e 17 catturati”. I resoconti cinesi, i libri bianchi, anche ufficiali, della lotta contro il terrorismo, sono notoriamente imprecisi o semplicemente inventati. La linea ufficiale è che non ci sia più un’insurrezione islamica e che vi siano incidenti isolati; la capacità della Cina di uccidere o catturare militanti senza contraccolpo sociale dimostra che la politica basata “ragione e sentimento” dello Stato nello Xinjiang, il focolare dei musulmani cinesi, funziona.
L’atteggiamento ufficiale cinese verso l’insurrezione islamica è appannato dai veli della propaganda risalenti alla guerra di liberazione contro le forze anticomuniste, quando il Kuomintang aveva un grande contingente musulmano nel suo Esercito Rivoluzionario Nazionale. Il contingente musulmano operò contro le forze del governo centrale di Mao Zedong, e combatterono l’URSS. L’insurrezione militare contro il governo centrale si concentrò nelle province di Gansu, Qinghai, Ningxia e Xinjiang e continuò fino a nove anni dopo che Mao prese il potere a Pechino, nel 1949. Complicando la situazione, tuttavia, le forze armate musulmane furono particolarmente attive contro l’Unione Sovietica, nel nord ed ovest, e nel 1959 quando la scissione sino-sovietico fu completa. L’ostilità tra EPL di Mao e l’Armata Rossa dell’Unione Sovietica scoppiò in varie regioni di confine, con le forze dell’EPL aiutate da ex-insorti musulmani in alcuni teatri. All’estero, soprattutto per l’opinione araba, Mao si confermò un nazionalista rivoluzionario simile ai leader arabi non-allineati del periodo, come il colonnello Husni al-Zaim in Siria e il colonnello Nasser in Egitto.

La minaccia della Cina alla strategia occidentale nel MENA
Soprattutto oggi, alcuni osservatori occidentali fingono “sorpresa” sull’ostilità totale della Cina verso l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di una “guerra chirurgica” contro la Siria. Le ragioni di questa opposizione, assieme al rifiuto categorico della Russia, alle  pretese di Stati Uniti, Arabia Saudita, Turchia e Francia di avviare, con l’approvazione dell’UNSC, un “cambio di regime” in Siria, non sono comunque le stesse. Per la Cina il concetto di “cambiamento di regime” senza una chiara idea ufficialmente di ciò che avviene dopo, è un anatema. Come sappiamo, se al-Assad cade, si avrebbe solo il caos che porterebbe alla disintegrazione del Paese, ma questo scenario da incubo per la Cina viene accantonato dai politici occidentali come questione “successiva”. Gli sforzi riusciti della Cina nell’impedire la diffusione della jihad globale sul suo territorio, viene sicuramente e certamente considerata una vera e propria sfida dagli insorti filo-sauditi nella Cina occidentale. Diversi rapporti indicano che l’organizzazione al-Qaida addestra ogni anno circa 1000 uiguri originari dello Xinjiang e altri musulmani cinesi, in campi in Afghanistan, Pakistan, Kirghizistan e altrove, questo addestramento al terrorismo continua almeno dalla metà degli anni ’90, da oltre 15 anni.
L’attenzione per lo Xinjiang, un tempo chiamato Turkestan, non è un caso. L’influenza russa nella regione è ancora forte, rafforzata dall’immigrazione musulmana dalla Russia nel 19° secolo, accelerata dalla guerra civile russa e dalla rivoluzione del 1917. Durante l’era dei signori della guerra in Cina, prima del governo di Mao, l’URSS armò e sostenne la Repubblica separatista islamica del Turkestan orientale, che accettò il governo di Mao solo quando la Repubblica popolare cinese dei comunisti fu completamente stabilita nel 1949. Il vecchio movimento jihadista del Turkestan orientale (ETIM) è molto attivo oggi, dopo essere stato rilanciato nel primi anni del 2000, soprattutto dopo la guerra in Iraq del 2003. Tuttavia agisce principalmente nei “teatri esterni” come la provincia del Baluchistan pakistano. I ribelli baluci del Pakistan hanno vecchi rapporti con il governo centrale di Islamabad, e sono alleati dei nazionalisti curdi in Iraq, Siria, Libano e Turchia. Il Council on Foreign Relations in un briefing sul Xinjiang del 29 maggio 2012, osservò che da quando la dinastia cinese Qing crollò nel 1912, la regione ebbe vari tipi di semi-autonomie, e in più occasioni dichiarò la piena indipendenza dalla Cina. Il Consiglio, per esempio, nota che nel 1944 fazioni nello Xinjiang dichiararono l’indipendenza con il pieno sostegno dell’URSS, ma poi cita documenti del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, sostenendo che il terrorismo uiguro è “diminuito notevolmente” dalla fine degli anni ’90 e che la Cina “reagisce in modo eccessivo ed esagera” l’insurrezione islamica nello Xinjiang. In particolare, gli Stati Uniti hanno declassificato il movimento islamico ETIM, nonostante i suoi attacchi terroristici, da organizzazione terroristica. L’ETIM è stato definito tale durante l’amministrazione Bush, ma dal gennaio 2012 non è più un’organizzazione terroristica straniera (FTO) sulla lista FTO del dipartimento di Stato. La Cina ha pienamente riconosciuto la minaccia della rivolta islamica e il suo potenziale nei piani delle potenze straniere ostili che cercano di distruggere l’unità nazionale e spezzare il governo nazionale. La sua preoccupazione, condivisa da strateghi e politici indiani, è “fermare la degenerazione” del MENA.

La strategia cinese
Ufficiosamente, la Cina osserva la strategia degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita nel MENA e in Asia centrale come “opera del diavolo”, seminando i semi della ribellione, il collasso dello Stato-nazione e dell’economia. I legami degli Stati Uniti e il sostegno d’Israele non sono in alcun modo ignorati, in particolare il piano Yinon d’Israele per indebolire i governi centrali e distruggere gli Stati nazione in tutto il MENA. La principale preoccupazione della Cina è che gli Stati dell’Asia centrale siano interessati o infettati da jihadisti e ribelli islamisti dilaganti dall’occidente al Medio Oriente e Nord Africa. Questi sosterrebbero l’attuale insurrezione islamista e il movimento separatista nel Xinjiang. Per impedire che gli Stati dell’Asia centrale causino problemi nello Xinjiang, la Cina ha stretto rapporti diplomatici con i Paesi vicini, in particolare attraverso la Shanghai Cooperation Organization, che ha una segreteria interessata ai problemi di contro-insurrezione. Gli analisti statunitensi tuttavia concludono, frettolosamente, che la Cina “sostiene istintivamente lo status quo” e che pertanto non ha una strategia internazionale attiva nel combattere la violenza e l’anarchia jihadista fuori dalla Cina. Gli analisti statunitensi dicono, senza alcuna logica, che la Cina risponderà e seguirà docilmente le iniziative di Washington e altre potenze occidentali, e questo quando non ha nettamente sostenuto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite le potenze occidentali che ripetutamente tentarono di ottenere anche in Siria il successo, avuto nel 2011, di strappare l’approvazione del Consiglio di sicurezza per la guerra della NATO alla Libia! La Cina era furiosa, considerando un tradimento quando il suo sostegno a un’azione limitata dalla NATO in Libia, raro esempio cinese nel compromettere il proprio non intervento, si trasformò in un vero e proprio “tiro al tacchino” per distruggere il clan Gheddafi. La Libia fu consegnata ai jihadisti, che successivamente dichiararono guerra al governo centrale, un processo in accelerazione nella Libia di oggi, non essendoci alcun governo centrale dall’autorità reale. Questa esperienza sicuramente ha inasprito la reazione di Pechino sulla Siria.
La Cina post-Mao ha restaurato il concetto di continuità culturale cinese, con una miscela di concetti da confucianesimo, taoismo e buddismo indeboliti ma non completamente distrutti negli anni del comunismo ideologico. Per i comunisti dell’era di Mao, la “storia era spazzatura”, e nemmeno un miscuglio ma un male indefinibile che doveva essere distrutto. L’atteggiamento cinese verso l’Islam radicale incarnato da wahabismo e salafismo è lo stesso, sono trattati come negazione della storia mondiale e delle sue varie culture, un pericolo immediato e reale per la Cina. La sua strategia di contro-insurrezione contro i radicali islamici ne è il risultato logico. Questa strategia garantisce più stretti rapporti Teheran-Pechino, di solito descritti dagli analisti occidentali come “equilibrio” tra i legami con Washington e le crescenti relazioni con l’Iran. Cina e Iran hanno sviluppato una partnership ampia e profonda incentrata sul fabbisogno petrolifero della Cina da assicurare, ma anche con legami significativi economici non energetici, come la vendita di armi, la cooperazione nella difesa e l’equilibrio geostrategico in Asia e nel MENA verso le politiche e le strategie degli Stati Uniti e dei loro alleati locali Arabia Saudita e Israele. L’attenzione cinese si concentra ora sull’asse Washington-Riad e la sua confusa e pericolosa geostrategia nella regione MENA e la conseguente proliferazione dei jihadisti islamisti e l’aggressione al concetto fondamentale di Stato-nazione in tutta la regione. Il punto di vista cinese è che la versione iraniana di “Islam popolare” è meno violenta e anarchica di quella saudita.

Opporsi all’asse Washington-Riyadh
La percezione della strategia USA-Arabia Saudita nel MENA e in altre regioni a maggioranza musulmana, per gli strateghi cinesi e indiani è pericolosa e irresponsabile. Perché le democrazie occidentali guidate dagli Stati Uniti dovrebbero sostenere o anche tollerare la geostrategia saudita e ignorare il Piano Yinon d’Israele, come attualmente indica la Siria, viene considerano quasi incomprensibile. La Cina è il principale partner commerciale e cliente delle esportazioni petrolifere di Teheran, che assorbe circa il 20% del totale delle esportazioni di petrolio dell’Iran, ma la cooperazione della Cina è vista come fondamentale nel piano occidentale, israeliano e arabo del Golfo per costringere l’Iran a fermare l’arricchimento dell’uranio e a disattivare la capacità del suo programma nucleare di produrre armi nucleari. I ripetuti tentativi ai vertici di “convincere Pechino” nel sostenere questo piano, come ad esempio durante la visita a Pechino, nel 2012, dell’allora segretario del Tesoro Timothy Geithner, tuttavia terminavano, ogni volta, con gli ospiti cinesi che educatamente ma fermamente rispondevano di no. Ciò non è solo motivato dalle questioni sull’approvvigionamento di petrolio. Spesso notizie internazionali fanno luce sulla divisione Cina-USA sull’Iran, per esempio la decisione unilaterale degli Stati Uniti, nel gennaio 2012, d’imporre sanzioni alle raffinerie cinesi Zhuhai Zenrong per la raffinazione del petrolio iraniano e la fornitura di prodotti raffinati in Iran. Questa azione degli Stati Uniti fu descritta dal portavoce del ministero degli Esteri della Cina “del tutto irragionevole“, continuando a dire che “la Cina ha espresso la sua forte insoddisfazione ed irremovibile opposizione“. Nello stesso tempo, la Xinhua Agency diede risalto alla dichiarazione del delegato iraniano all’Opec Muhammad Ali Khatibi: “Se le nazioni  produttrici di petrolio del Golfo decidessero di sostituire il petrolio iraniano, allora saranno ritenute responsabili delle conseguenze“. Gli analisti cinesi spiegarono che la Cina, come l’India, era irritata dalle sanzioni sul petrolio iraniano, che aprivano la strada all’ulteriore predominio de facto dell’Arabia Saudita sull’esportazione mondiali di petrolio, così come a prezzi più elevati.
L’Iran è comunque solo il terzo più grande fornitore di petrolio alla Cina, dopo Angola e Arabia Saudita, con la Russia suo quarto più grande fornitore, secondo i dati EIA. Ciò rende necessario per la Cina avere relazioni sostenibili con il regno wahabita, rese sostenibili da azioni come quella del finanziamento con 8,5 miliardi dollari da parte della cinese Sinopec, nel 2012, della raffineria da 400000 barili al giorno in costruzione nel città portuale saudita di Yanbu, sul Mar Rosso. L’ente d’informazione e propaganda saudita al-Arabiya critica ripetutamente la Cina e l’India per i loro acquisti di petrolio iraniano e il loro rifiuto di applicare pienamente le sanzioni degli USA. Una tipica bordata del febbraio 2013 fu intitolata, “Perché la Cina ha ancora rapporti con l’Iran?“, citando in particolare analisti statunitensi degli istituti di politici finanziati dai sauditi, come ad esempio l’Istituto di Washington per la Politica del Vicino Oriente, che dicevano: “Dobbiamo ora farci furbi, essendo questo gioco divenuto pericoloso. Dal punto di vista di Pechino, l’Iran costituisce un importante partner strategico e punto di leva contro gli Stati Uniti“. Gli analisti statunitensi sono favorevoli alla strategia saudita nel MENA, dettata dall’approvazione del presidente Eisenhower, negli anni ’50, all’instaurazione hollywoodiana del regno del “papato islamico” saudita sulle terre musulmane dalla Spagna all’Indonesia, dicono che l’Iran è visto dalla Cina come un partner geopolitico in grado di aiutare la Cina a contrastare l’azione strategica statunitense-saudita-israeliana in Medio Oriente. Uno studio del 2012 del think tank degli Stati Uniti RAND, lo dice senza mezzi termini: “L’Iran isolato e bloccato in un conflitto con gli Stati Uniti, fornisce alla Cina l’opportunità unica di espandere la propria influenza in Medio Oriente e potrebbe scalzare l’esercito statunitense dal Golfo.” Lo studio della RAND rilevava che negli ultimi due decenni, ingegneri cinesi hanno costruito case, ponti, dighe, gallerie, ferrovie, oleodotti, acciaierie e centrali elettriche in Iran. La metropolitana di Teheran completata tra il 2000 e il 2006, era un grande progetto dell’ingegneria cinese.

Il grande quadro
La politica e la strategia iraniana della Cina possono essere definite “grande quadro”. L’aiuto e il sostegno iraniano in gran parte, ma non esclusivamente, a movimenti politici ed insorti sciiti, si estende dal sud-est asiatico e dall’Asia meridionale all’Asia centrale e occidentale, dall’Afghanistan alla regione del Caspio, dal sud-est dell’Europa al MENA. E’ comunque focalizzata sulla penisola arabica ed inevitabilmente si oppone alla geostrategia saudita. Questo è un noto punto di attrito in grado di far letteralmente scatenare la terza guerra mondiale. Evitarlo rientra nel quadro generale per la Cina. Li Weijian, il direttore del Centro di Ricerca sugli Studi asiatici e africani presso l’Istituto di Studi Internazionali di Shanghai, indica: “la posizione della Cina sulla questione del nucleare iraniano non è soggetto alla domanda di Pechino per l’importazione di petrolio iraniano, ma si basa sul giudizio del quadro intero.” La Cina guida le relazioni estere sulla base di due principi fondamentali, che riflettono le priorità nazionali. In primo luogo, la Cina vuole un ambiente internazionale stabile, in modo che possa perseguire lo sviluppo economico nazionale senza shock esterni. In secondo luogo, la Cina è molto sensibile alle politiche internazionali che ‘interferiscono od ostacolano decisioni sovrane’; in ultima analisi, ciò deriva dalla sua esperienza nei secoli 19° e 20° nei rapporti con le potenze occidentali e l’Unione Sovietica, prima e dopo la nascita della Repubblica popolare cinese, opponendosi categoricamente alle interferenze straniere a Taiwan, Tibet e Xinjiang. Ciò comprende le interferenze islamiste e jihadiste sostenute da potenze straniere. Mentre la Cina ha in alcune occasioni sospettato Teheran di fomentare un’insurrezione islamica entro i suoi confini, vede la geostrategia USA-Arabia Saudita d’impiegare i jihadisti nei lavori sporchi come un pericolo cruciale e un’interferenza sfrenata. L’atteggiamento degli indiani, anche se non è ancora così fermo, evolve nella stessa direzione. Entrambe sono potenze nucleari, con enormi eserciti e in grado di difendersi.
Le pretese da parte occidentale, soprattutto degli analisti statunitensi, secondo cui la Cina considera l’Iran affetto da “comportamento imprevedibile” in reazione alle sanzioni degli USA, e secondo cui  l’Iran “sfida le relazioni della Cina con i suoi partner regionali” possono essere ignorate. In particolare, sul petrolio la Cina è ben consapevole del fatto che l’Iran avrà bisogno di sviluppare l’industria petrolifera per molti anni prima ritornare a qualcosa di simile all’esportazione dell’era pre-rivoluzione islamica, pari a oltre 5 milioni di barili al giorno. A meno che le sanzioni petrolifere vengano tolte, la produzione di petrolio iraniano declinerà, aumentando ulteriormente il potere degli Stati del Golfo guidati dall’Arabia Saudita, e minacciando con l’insurrezione il governo sciita dell’Iraq per dettargli i prezzi per l’esportazione. La Cina respinge l’affermazione che le sue politiche ostacolino i tentativi politici degli Stati Uniti ed occidentali di dissuadere l’Iran dallo sviluppare la capacità di avere armi nucleari. Il disgusto della Cina nel rovesciare qualsiasi governo centrale, anche quelli diretti da dittatori, deriva da un profondo senso della storia, segnata dall’insicurezza sull’incerta legittimità politica dei governi nati da guerre civili e rivoluzioni, come la Repubblica popolare cinese. Al suo estremo, questo incubo cinese passa al timore che se la geostrategia USA-Arabia Saudita potrà rovesciare i governi del Medio Oriente da un giorno all’altro, cosa gli impedirà di lavorare per far cadere il governo cinese, un giorno? A differenza di quasi tutti i Paesi del  MENA, meno i Paesi esportatori di petrolio, la Cina ha siglato vittorie impressionanti nella lotta contro la povertà. La sua economia, sebbene rallentata, crea molti posti di lavoro ed opportunità. Per la Cina, questo è l’unico modo per progredire.

Inasprimento di politiche e posizioni
L’emergente strategia anti-islamista cinese sottolinea anche una realtà minacciosa per gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali. La Cina respinge l’idea che ci sia ancora una sola superpotenza nel mondo di oggi: gli Stati Uniti. L’economia degli Stati Uniti s’è indebolita e il loro debito nazionale è incontrollabile, la loro confusa e vile guerra dei droni, il loro appoggio servile ai capricci di Israele e Arabia Saudita non impressionano la Cina, o l’India. Certo, i programmi cinesi per sviluppare armi classiche sono molto indietro rispetto agli Stati Uniti. La strategia militare cinese per respingere il dominio degli Stati Uniti si concentra su missili balistici intercontinentali, armi tattiche nucleari, droni, sottomarini, capacità militari spaziali e cyberwarfare. Con l’EPL quale più grande esercito nel mondo, nessun guerrafondaio statunitense, almeno tra i più savi, se la prenderebbe “con la Cina”. La Cina ha investito molto su Iraq, Arabia Saudita e altri Stati del Golfo, così come sull’Iran. Non vuole vedere i suoi investimenti distrutti deliberatamente dall’anarchia islamista. Inoltre, la sua presenza in Medio Oriente continuerà per il fatto che, mentre la dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni di petrolio è in declino, la Cina li ha superati quale più grande importatore mondiale di petrolio, quest’anno, diversi anni prima delle previsioni più accreditate dagli analisti. Il risultato probabile è che la Cina sia pronta e quasi certa di voler rafforzare le relazioni con l’Iran. L’intensificazione della crisi siriana così come la pericolosa ed incontrollata strategia ihadista statunitense-saudita-israeliana, fomentando conflitti settari e distruggendo Stati-nazioni nel MENA, probabilmente presto spingeranno la Cina a prendere importanti iniziative.

 

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

 

 

Share
Power by: Arslan Rahman