Prato e le Chinatown italiane

 

A inizio 900 arrivarono a Milano. Oggi sono 210 mila in tutto il Paese. E solo nella città toscana il business è di 2 mld.

di Marco Todarello

 
 
 
È una storia lunga un secolo, quella dell’immigrazione cinese in Italia, iniziata in un laboratorio tessile di qualche vicolo nei dintorni di via Paolo Sarpi, a Milano.
Tra il 1918 e il 1930, gli antenati delle sette vittime della fabbrica-dormitorio di Prato erano venuti nel capoluogo lombardo per confezionare e vendere cravatte, nella maggior parte dei casi arrivando dalla Francia, dove avevano lavorato durante la Prima Guerra mondiale, sostituendo nelle fabbriche gli operai francesi impegnati al fronte.
DA MILANO VERSO SUD. Venivano dallo Zhejiang, popolosa provincia del Sud Ovest del Paese, a Sud di Shangai, costituendo da subito una solida comunità caratterizzata dalla coesione familiare e dall’accoglienza dei nuovi arrivati per facilitarne l’inserimento sociale e lavorativo.
Da Milano - la cui provincia, secondo i dati Istat del 2012 elaborati dalla Fondazione Moressa, è la prima per numero di cinesi residenti, 24.666 - i migranti si sono poi spostati a Firenze (14.062), Roma (13.382) e Prato (13.216).
IN ITALIA 210 MILA CINESI. Negli Anni 80, in seguito alla riapertura delle frontiere effetto delle riforme economiche del presidente Deng Xiaoping, l’immigrazione cinese verso il nostro Paese è diventata di massa, e agli abitanti dello Zhejiang si sono uniti quelli dello Fujian, la provincia confinante.
Oggi, i cinesi residenti ufficialmente in Italia sono circa 210 mila.
 

 

A Prato 3.800 imprese cinesi con un giro d'affari di 2 mld di euro

 

A Prato - in città i cinesi sono 11.882, 41% del totale - i primi immigrati sono arrivati alla fine degli Anni 80, e l’insediamento è cresciuto così tanto fino a fare di Prato la città con la più alta concentrazione di cittadini dell'ex Impero celeste.
Sia nella centralissima via Pistoiese sia nell’area periferica di Macrolotto è oggi un proliferare di attività nel segno del Dragone, dai market fino ai bar e alle rivendite di abbigliamento all’ingrosso.
Le imprese cinesi in città sono 3.800 e il settore manifatturiero gestito dai cinesi ha un giro d’affari annuo di circa 2 miliardi di euro, di cui il 50% sommersi.
LA SCELTA DELLA RISTORAZIONE. Oltre che per lo sviluppo delle confezioni tessili e la maglieria, la comunità di Milano (18.918 persone, l’8% del totale degli stranieri) si è caratterizzata anche per le attività di ristorazione, che nei primi Anni 90 erano già quasi un centinaio, mentre erano quasi assenti in altre parti d’Italia.
Attività importante anche sul piano della socialità interna, il ristorante è stato anche l’attività che ha permesso a molte famiglie di espandersi in altre città, nel segno di quella forte mobilità sul territorio che ancora oggi è una delle principali caratteristiche della società cinese in Italia.
A ROMA I CASI DI ESTORSIONE. A Roma la comunità cinese (12.013, 4% del totale) si è insediata soprattutto nel quartiere Esquilino, vicino alla stazione Termini.
Oltre alla ristorazione (il primo ristorante fu aperto nel 1949), sono attivi decine di laboratori tessili, dislocati anche all’estrema periferia della città, ed è sempre nella capitale che nei primi Anni 90 sono sorte numerose società miste (cinesi-italiani) dedite all’import-export.
A Roma sono venuti a galla anche i primi casi di estorsione commessi da cinesi a danni di connazionali, primi segnali di quella che poi sarebbe stata definita «mafia gialla».
L'ARRIVO NEL NORD EST. Negli anni l’economia etnica cinese si è stabilita anche nel Nord Est del Paese, come la provincia di Treviso (8.006, 27% del totale), e quella di Padova (5.835, 19,7% del totale), e lungo la costa adriatica come Teramo (2.878, 64% del totale) e a Sud nella provincia di Napoli (5.958, 7,8% del totale). 

 

Negli ultimi 15 anni sono arrivati i parrucchieri e i negozi di giocattoli

 

Il primo ambito produttivo nel quale i migranti cinesi si sono inseriti è stata l'industria delle confezioni, della pelletteria, e la ristorazione. Solo di recente, negli ultimi 15 anni, le loro iniziative imprenditoriali si sono estese anche ai giocattoli, all’oggettistica, e alle attività di servizi alla persona come parrucchiere, estetista e centri massaggi, settori che negli ultimi due anni hanno fatto registrare un incremento del 38%.
NESSUN EFFETTO DELLA CRISI. I cinesi residenti in Italia sono soprattutto commercianti (il 22,6%), imprenditori e addetti nelle attività di ristorazione (16,2%), o addetti alle vendite (10,3%).
Inoltre l’imprenditoria cinese sembra non aver sentito gli effetti della crisi, visto che secondo i dati della Cgia di Mestre nel 2012 le aziende cinesi hanno superato le 62.200 unità, +34,7% rispetto al 2008, anno zero della congiuntura economica.
IL LAVORO ARRIVA DAGLI ITALIANI. Un successo che non può essere spiegato solo con quella concorrenza sleale più volte denunciata da Confindustria (elusione degli obblighi fiscali-contributivi e violazione delle norme in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro), ma occorre ricordare che spesso i committenti che forniscono il lavoro ai laboratori cinesi, affidandogli una parte a prezzi fuori mercato, sono italiani.
LE NOSTRE COLPE SUGLI SCHIAVI. «Bisogna richiamare tutti alle proprie responsabilità», spiega a Lettera43.it il responsabile Salute e sicurezza della Cgil Sebastiano Càlleri, «non mi piace l'enfasi sugli imprenditori cinesi come se fossero gli unici colpevoli: i capannoni in cui gli operai stranieri lavorano in condizioni disumane a volte sono di proprietari italiani».
«E poi c'è anche un problema di legalità», continua il sindacalista, «se non vengono applicati i contratti regolari, gli operai, anche perché sempre ricattabili, sono costretti ad arrangiarsi come possono e non hanno strumenti per rivendicare alcunché».

 Fonte :  http://www.lettera43.it

 

 

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