Così la Turchia fa affari con la Cina senza rinunciare a parlare di Uiguri

 

 

di  Nury A. Turkel*   21 Aprile 2012

 

La visita in Cina della scorsa settimana da parte del Primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan era destinata a essere degna di nota, visto che è stata la prima visita da parte di un capo di governo turco in 27 anni. E' stata d'alto profilo, tuttavia, perchè la prima tappa è stata a Urumqi, capitale dell'irrequieto Xinjiang, la regione autonoma uigura che gli abitanti chiamano Turkistan Est.

I turkmeni della regione hanno accolto Erdogan come fosse una rockstar, e con un pò di meraviglia. Mentre commercio e investimenti, energia rinnovabile, Siria e un incontro sul nucleare con l'Iran, rivestivano un'alta importanza negli appuntamenti, è sembrato ugualmente importante al primo ministro dimostrare appoggio e comprensione agli uiguri. Raramente hanno potuto apprezzare un tale dichiarato appoggio da capi di stato stranieri.

Erdogan e il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu hanno considerato importante abbracciare gli uiguri come fratelli che non si vedevano da molto tempo. La delegazione dei 300 [turchi] ha visitato un mercato e una moschea, e anche se Beijing, stando a quel che si dice, ha tentato di tenere segreto il programma di Erdogan, gli uiguri si sono allineati nelle strade pur di vederlo di sfuggita. Il cronista turco Fatih Altayli ha dichiarato di non aver mai visto così tanto amore e affetto per il primo ministro in qualunque altro Paese di etnia turkmena.

L'effusione di affetto scaturisce dal fatto che gli uiguri hanno legami storici, linguistici e culturali con il popolo turco, e godono di un forte supporto sia dal partito di maggioranza che dal partito di opposizione della Turchia, così come di quello del popolo turco. Erdogan ha criticato aspramente la Cina per la sua brutale gestione dei disordini a Urumqi nel 2009, comparando gli eventi del 5 di luglio di quell'anno a un genocidio, e incoraggiando Beijing a occuparsi delle legittime richieste degli Uiguri sui diritti umani.

Tale pressione sembra aver condotto a progressi. La Turchia è stata in grado di raggiungere accordi con Beijing su alcune questioni legate agli uiguri, inclusa la costituzione di una “zona di commercio” in Urumqi, il restauro della tomba dello studioso turkmeno dell'undicesimo secolo Mahmut Kasghari e il finanziamento degli studi religiosi uiguri in Turchia. Sono piccoli, ma significativi passi avanti, di cui beneficiano tutte le parti in causa.

Ciò ha fatto della Turchia un caso di studio su come effettuare pressioni con successo su Beijing per raggiungere progressi sul tema dei diritti.

Ora, qual è il segreto del successo di Ankara? In qualche modo, gli sforzi di Ankara a favore degli Uiguri hanno beneficiato dell'allargamento dei mercati. Beijing riconosce sia l'influenza della Turchia nell'ambiente islamico, che l'aumento degli interessi strategici ed economici cinesi nei paesi musulmani. Così, mentre le dichiarazioni di Erdogan e l'atteggiamento della Turchia sulla questione uigura hanno inevitabilmente complicato le relazioni cino-turche, Beijing non può permettersi di chiudere il dialogo con Ankara, ed è addirittura d'accordo a tollerare le visite di funzionari turchi in Xinjiang come prezzo da pagare per gli incontri a Beijing.

Ma questo vantaggio non si tradurrà automaticamente in una maggiore autorità per Ankara, ed Erdogan merita stima per aver giocato bene le sue carte. La posizione della Turchia è stata insieme coerente e chiara: gli uiguri potrebbero fare da collegamento nelle relazioni della Turchia con la Cina. La protezione dei loro diritti economici, sociali e culturali è importante per gli interessi turchi. Ankara ha ripetutamente indirizzato questo messaggio a Beijing.

Ora la sfida per Ankara è di trovare il modo di continuare a espandersi nei suoi successi a oggi. Un passo utile potrebbe essere nominare un inviato speciale per monitorare i diritti umani uiguri durante la continuazione del dialogo con la Cina sulle esistenti e proposte iniziative politiche, intese a migliorare le condizioni socio-economiche per gli uiguri. In questo modo, Ankara potrebbe sorvegliare per evitare ricadute di Beijing sui suoi impegni.

Sfortunatamente, la Turchia è stata finora l'unico paese turkmeno a perseguire un tale programma a supporto degli uiguri. Attraverso la Shanghai Cooperation Organization, Beijing ha scoraggiato efficacemente i governi del centro Asia dall'aiutare gli uiguri a raggiungere i diritti politici e culturali, garantiti dalle stesse leggi cinesi. La Cina è anche riuscita a esportare la sua politica di repressione, incoraggiando i suoi vicini a non concedere rifugio politico agli uiguri e a limitare i diritti delle loro stesse etnie locali uigure.

Per contrastare questa tendenza, — risultato dell'influenza degli investimenti e della potenza militare cinese —, la Turchia dovrebbe concentrarsi sulla rimodellazione delle politiche uigure negli Stati dell'Asia centrale. La Turchia potrebbe ricercare l'adesione o lo status di osservatore nella SCO, che darebbe ad Ankara la possibilità di pronunciarsi nelle decisioni sulle questioni transnazionali uigure. Ankara potrebbe anche sfruttare le sue strette relazioni con i presidenti di Kazakistan e Kirghizistan per incoraggiare una maggiore indipendenza da Beijing. Mentre questi governi affrontano un'intensa pressione da Beijing, questi Stati potrebbero essere più attivi se vedessero un impegno di Ankara a lungo termine, e avessero la sicurezza dei numeri.

Ankara potrebbe anche essere la guida di un gruppo di democrazie più lontane, che facciano pressione per miglioramenti nello Xinjiang. Come alleato di lungo corso degli Stati Uniti e vicino dell'Europa, la Turchia è straordinariamente ben posizionata per perseguire questo scopo. Come passo iniziale, il ministro degli Esteri Davutoglu dovrebbe organizzare una conferenza di "Amici degli uiguri" con alleati democratici, —simili a quelle organizzare per Libia e Siria—, discutendo la visione e gli obiettivi delle politiche di Ankara in merito alla popolazione uigura in Cina.

La chiave è mantenere alta la pressione, nonostante la prevedibile irritazione di Beijing. La visita di Erdogan ha dimostrato che è possibile fare affari con la Cina nello stesso momento in cui si affrontano le esigenze degli uiguri per l'ottenimento dei diritti culturali, della libertà politica e l'uguaglianza economica. Le azioni della Turchia hanno dato un modello agli altri Paesi democratici su come avvicinarsi alle questioni delle minoranze in Cina.

*Nury Turkel fa l'avvocato a Washington D.C. ed è l'ex-presidente dell'associazione degli uiguri americani.

 

 

 

 

 

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