"Eurasia e Jihad": la guerra santa da Pechino a Parigi, intervista a Domitilla Savignoni

 

di Marco Petrelli

"Un titolo che nasce dopo un ciclo di conferenze dedicate all'internazionalizzazione del terrore, ormai non più solo problema di Europa, Stati Uniti, Nord Africa, Russia ma anche dell'Asia Pacifica. Non è più un mistero, infatti, che anche dall'Asia Pacifica ci siano stati dei foreign fighters e che la stessa Cina sia preoccupata del possibile ritorno in patria di combattenti cinesi, appartenenti alla minoranza degli uiguri", spiega Domitilla Savignoni, giornalista del Tg5, co-autrice di Eurasia e Jihad (Savignoni, Bressan, Felician Beccari, Politi; Carocci, 2016). L'intervista è un'occasione per spiegare come l'Isis non sia l'unico, grande pericolo per gli occidentali (e non solo), poiché molte sono le realtà del terrore che spesso fuggono all'attenzione dei media. 

Dottoressa, perché tanta attenzione all'Isis e non ad altre realtà della “guerra santa”? 
“Perché il Califfato ha avuto la grande capacità di attrarre potenziali reclute, ha messo a segno duri colpi nelle capitali occidentali e ha saputo sfruttare molto bene i mezzi di comunicazione più moderni, come i social network". 

In un altro recente testo, "Isis marketing dell'Apocalisse" di Bruno Ballardini, si parla di Isis come di marketing. È d'accordo con questa interpretazione? 
“Certo, L'Isis è come la Coca Cola o la Nike, é un brand che trova seguaci grazie a quel sistema comunicativo di cui parlavamo poc'anzi, seguendo le regole del marketing”. 

Ma anche Al Qaeda realizzava servizi e documentari sulla propria attività... 
“Vero, ma non c'è paragone con la sofisticazione della propaganda di Al Baghdadi, che peraltro è stato leader di Al Qaeda in Iraq nel 2010. Poi ha capito che per avere una forza lo Stato islamico dell'Iraq e del Levante doveva avere un territorio e usare i media come armi per la propaganda e il reclutamento su larga scala, anche di giovani occidentali, i cosiddetti "lupi solitari" , nati e cresciuti nei Paesi considerati nemici”. 

Che fine hanno fatto gli eredi di Bin Laden? Nel libro se ne parla? 
“Ci sono ancora. Al Qaeda rimane fortemente radicata in Nordafrica e nello Yemen. Proprio oggi (9 settembre ndr) il leader di Al Qaeda al-Zawahiri ha lanciato un appello invitando tutti i musulmani a combattere in un messaggio postato in occasione del 15^ anniversario dell'11 settembre. E non dimentichiamo l'ambiguità del Fronte Al Nusra, considerato il braccio di Al Qaeda in Iraq e Siria, che però sta tentando di allentare i legami con questo gruppo perché ritiene potrebbero alienargli il supporto delle popolazioni". 

L'universo terroristico è molto ampio: dall'Europa, in cui sono attive cellule spontaneiste all'Afghanistan diviso fra il Khorasan e i talebani. Ecco, una domanda che in molti si pongono è quale fine abbiano fatto gli “studenti coranici”... 
“I giornali scrivono poco dei talebani, ma in realtà oggi i talebani temono anche loro l'Isis. E si dice che persino Putin cerchi il loro aiuto per combattere lo Stato islamico nelle regioni vicine all'Afghanistan, secondo la strategia alleati con il nemico del tuo nemico”. 

Pechino e Parigi, cos'hanno in comune? 
“Dopo gli attentati in Francia, anche la Cina ha cominciato a porsi domande sull'attività di minoranze islamiche entro i suoi confini, in particolare gli uiguri (etnia turcofona stanziata nel nord ovest della Cina,ndr) e di eventuali rapporti fra la minoranza e i gruppi terroristici”. 

Quali sono, dunque, le conclusioni alle quali giungono gli autori di “Eurasia e Jihad”? 
“La stesura del libro ci ha impegnati per oltre un anno, poiché lo abbiamo arricchito ed aggiornato di continuo, prestando la massima attenzione ai cambiamenti di scenario della geopolitica del terrore. Conclusioni? Per far fronte alla minaccia, ormai globale, è fondamentale un coordinamento collettivo fra tutti gli stati, da Parigi a Pechino appunto. Alcuni paesi, come l'Italia, ad oggi si sono “salvati” dagli attentati grazie alla professionalità delle unità d'intelligence, ma non ciò non vuol dire essere immuni da potenziali attacchi”.


Fonte : http://www.liberoquotidiano.it/

 

 

 

 

 

 

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