Dolkun Isa: la voce che la Cina vuole zittire

 

 

 

Il 26 luglio Dolkun Isa stava per entrare al Senato quando è stato fermato da una ventina di poliziotti della Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali (DIGOS). Avevano una sua foto in mano: lo stavano aspettando. Il governo cinese li aveva avvisati dell’arrivo di Dolkun, e gli aveva chiesto di fermarlo e portarlo in una stazione di polizia per degli accertamenti.

Dolkun è il segretario del World Uyghur Congress, la principale associazione di uiguri in esilio. Da anni si batte per i diritti del popolo uigure, l’etnia turcofona e musulmana che vive nella provincia dello Xinjiang(anche nota come Turkestan dell’Est), nel nord-ovest della Cina. Nonostante Dolkun promuova solo metodi di resistenza non violenta, a causa del suo prezioso lavoro di denuncia delle violazioni dei diritti umani da anni è minacciato e perseguitato dal regime cinese. Accusato ingiustamente di essere legato a un’organizzazione terrorista, nel 1997 fu costretto a scappare dalla Cina e rifugiarsi in Germania.

Dolkun era stato invitato a Roma per partecipare a una conferenza organizzata dall’ONG UNPO (Organizzazione delle nazioni e dei popoli non rappresentati) e dal Partito Radicale, ospitata dal senatore Luigi Compagna. Avrebbe dovuto parlare delle discriminazioni e degli abusi subiti dagli uiguri: la Cina non riconosce la loro lingua e le loro pratiche religiose, e punisce – spesso con metodi violenti – ogni tentativo di valorizzazione e promozione del loro patrimonio culturale o le loro richieste di autonomia. Il fermo della DIGOS ha solo confermato quello che Dolkun sa da anni: il regime cinese non lo perde mai d’occhio.

 

 

Il difensore dei diritti umani è stato fermato poco prima di mezzogiorno e rilasciato alle 3 del pomeriggio, quando la conferenza si era già conclusa. Alla stazione di polizia, gli ufficiali della DIGOS l’hanno fotografato e hanno preso le sue impronte, per poi controllare le informazioni nel database dell’Interpol. Quando Dolkun ha chiesto spiegazioni, i poliziotti hanno ammesso di essere intervenuti su richiesta della Cina, che anni fa aveva fatto emettere all’Interpol una “allerta rossa” nei suoi confronti. Dallo scorso Novembre, Meng Hongwei – vice-ministro cinese della Pubblica Sicurezza – è diventato presidente dell’Interpol. Secondo Dolkun, “chiedere all’Interpol di fare dei controlli è come chiederlo al governo cinese”.

Come hanno sottolineato i senatori Luigi Compagna e Luigi Manconi nell’interrogazione presentata il 1 agosto sul caso Dolkun, le allerte rosse dell’Interpol “rischiano di diventare, contrariamente alle loro finalità, non uno strumento di contrasto alla criminalità organizzata internazionale, ma un modo per raggiungere oltreconfine dissidenti, oppositori politici, e difensori dei diritti umani”.

Nell’interrogazione, i senatori Compagna e Manconi hanno chiesto di sapere chi ha dato l’ordine di effettuare il controllo sull’attivista; quali misure il governo italiano intenda adottare per evitare che le allerte rosse Interpol siano utilizzate strumentalmente; e come l’Italia stia operando per rendere l’Interpol più efficace nel combattere la criminalità organizzata.

L’ONG Fair Trials dal 2012 denuncia come il sistema dell’Interpol sia abusato da governi repressivi di Paesi come la Russia, la Bielorussia, la Turchia, il Venezuela o la Cina. E sul tema si sono pronunciate anche importanti istituzioni internazionali: sin dal 2012, l’OSCE ha adottato delle risoluzioni che invitano a “un uso cauto e non strumentale delle allerte rosse”. Anche il Consiglio d’Europa quest’anno ha adottato una risoluzione in cui chiede all’Interpol di fare migliori controlli sulle allerte rosse, per evitare che alcuni Stati utilizzino questo strumento per perseguitare oppositori politici e dissidenti al di fuori dei loro confini, e fare in modo che vengano usate soltanto quando ci siano preoccupazioni fondate e rischi accertati.

Dolkun era già stato fermato più volte dalla polizia di altri Paesi, sempre su richiesta del governo cinese. Ad aprile, durante un convegno del Forum Permanente ONU sulle Questioni dei Popoli Indigeni (UNPFII) a New York, le guardie di sicurezza l’avevano portato via senza alcuna spiegazione. Non gli concessero di rientrare nemmeno nei giorni successivi. All’attivista inoltre è stato negato l’ingresso a Taiwan, in Corea del Sud e in India.

Nonostante le continue intimidazioni e il rischio di essere arrestato, l’attivista non si tira indietro. In un’intervista rilasciata a Radio Free Asia in seguito al suo fermo in Italia, Dolkun ha dichiarato: “La Cina non potrà mai spegnere la mia voce o fermare il mio attivismo pacifico a favore dei diritti umani del popolo uigure nel Turkistan dell’Est, che da tanto tempo soffre abusi. So che la Cina continuerà a demonizzarmi e cercare di proibirmi di parlare dei crimini commessi contro il popolo degli uiguri, ma non smetterò finché gli uiguri non otterranno democrazia e libertà”.

 

 

 

 

 

 

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