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Silenzio nella valle radioattiva del Lop Nor

di Fabiana Bussola                                                                                          (Paginauno n. 22, aprile - maggio 2011)
Enver Tohti e la valle radioattiva del Lop Nor: la denuncia del medico oncologo, esule uiguro: stragi di civili e ignari turisti, nella zona che ospita il poligono per gli esperimenti nucleari in Turkestan Orientale.
Maledetto quel documentario. Maledetti quei giornalisti di Channel Four che lo hanno messo nei guai. Forse Enver Tohti queste cose non le ha mai pensate, sebbene da quando ha detto sì alle richieste dei due inviati della rete britannica la sua vita sia cambiata. Via da casa sua, impossibilitato a tornare a Urumqi, con una madre diabetica che sta diventando cieca e che, molto probabilmente, non sarà più in grado di vederlo con i propri occhi. Un figlio rimasto con la ex moglie in Cina, nello Xinjiang, in quella terra di minoranze che vorrebbe essere autonoma e governata dalla popolazione uigura. E che pure secondo gli indipendentisti si dovrebbe chiamare Turkestan cinese o Uiguristan. Una terra scomoda, la ‘Nuova frontiera’, in pochi anni letteralmente colonizzata secondo un chiaro piano governativo centrale, che ha fatto diventare gli uiguri minoranza etnica anche a casa propria.
Tohti è un medico oncologo, uno dei fortunati della sua etnia che ha potuto studiare e svolgere una professione che lo ha portato anche a Pechino, dove però ha vissuto sempre da straniero. Il lavoro in ospedale lo gratifica, ma oggi resta un ricordo: per salvarsi la pelle ora vive a Londra e fa l’autista. Un richiedente asilo, accolto in quell’Occidente che pensava popolato da predoni capitalisti e che ora, a distanza di qualche anno, è diventato casa sua, «certo molto meglio che stare sotto ai comunisti cinesi».
Non gli è stato possibile sfruttare i suoi titoli professionali: quella laurea in medicina in Gran Bretagna non vale e per il riconoscimento Tohti dovrebbe rimettersi a studiare tutto. «In Cina non si usa in medicina la terminologia latina » spiega mentre camminiamo verso l’albergo, dopo aver tenuto una relazione sulle sue ricerche davanti a un piccolo gruppo di scienziati internazionali. «Ci ho messo molti anni ad apprendere l’inglese, nel frattempo ho cambiato lavoro. Ma va bene così». Lo dice, ma non è possibile credergli, lo smentisce il suo impegno quotidiano. Da vent’anni il suo è il lavoro di un medico ricercatore, allo studio di un fenomeno che affligge migliaia di pazienti, iniziato per capire il perché del progressivo, massiccio incremento di tumo ri in uno stretto giro di anni. Leucemia, linfoma maligno, cancro ai polmoni: tutte manifestazioni che gli hanno fatto pensare fin dall’inizio a una intensa esposizione radioattiva. Siamo negli anni Novanta in un ospedale dello Xinjiang, dove Tohti è chirurgo oncologico: su 40 posti letto del reparto, 10 sono destinati alla sua etnia, mentre gli altri sono per i cinesi immigrati. In rapporto alla popolazione, significa che un uiguro su 500 è affetto da tumore, mentre per i pazienti cinesi immigrati di etnia han, il rapporto è di uno su seimila. Anche paragonando i dati con le altre regioni del Paese le cose non quadrano: nello Henan, i posti letto sono 51mila per una popolazione di 100 milioni, mentre nello Xinjiang, abitato da 20 milioni di persone, i letti sono 65mila. Nella terra degli uiguri ci si ammala di più.
Nel ripercorrere i passi della sua ricerca, Tohti ricorda la sua prima personale esperienza con il nucleare, un episodio vissuto da bambino. «Allora vivevo nella capitale Urumqi. Ricordo che un giorno cominciò a cadere dal cielo una pioggia di terra, che coprì tutta la città. Sembrava quasi una tempesta proveniente dal vicino deserto, ma non si capiva come mai non ci fosse vento. Quel terriccio non cessava di scendere in un silenzio e in una fissità mortali. A un certo punto a scuola chiedemmo al maestro cosa stesse accadendo. Ci rispose in un modo bizzarro: dato che in cinese Saturno è chiamato Pianeta-del-suolo, ci disse che lassù era avvenuta una gigantesca tempesta e ciò spiegava l’origine di quella terra. Invece di insegnarci la verità scientifica ci propinò una storiella, a cui credemmo tutti». Dalle bugie dell’infanzia, Tohti si è più tardi ritrovato ad avere a che fare con quelle della vita adulta: presto le sue ricerche di medico per capire da dove provenisse una così alta esposizione radioattiva approdano alla realtà brutale degli esperimenti nucleari. Per più di trent’anni, dal 1964 fino al 1996, la Cina ha eseguito 47 test, 23 sotto terra e 24 nell’atmosfera, in un poligono situato nella zona di Lop Nor, a 140 chilometri dalla città di Turpan e a 250 dalla capitale Urumqi.
Distanze irrisorie, che si scontrano con ogni principio di precauzione nei confronti della popolazione, che si trova a vivere in città fortemente esposte al fenomeno del fallout radioattivo. «Sospetto che la scelta di quest’area sia stata fatta anche per dimostrare al mondo che i test cinesi sono sicuri» ironizza il medico. «Così sicuri che in quelle zone ci possono andare anche i turisti». Gli investimenti governativi su quest’area a grande interesse storico-culturale (nella regione di Lop Nor, che in passato era un lago, sostò anche Marco Polo dopo aver attraversato il deserto dei Gobi ed è stata una delle principali tappe lungo la Via della Seta, che nell’intero Xinjiang si estende per 5.000 chilometri) sono crescenti. Nel 2009 sono stati destinati 470 milioni di dollari per potenziare la rete ferroviaria di 360 chilometri, che congiunge la prefettura di Hami, al confine mongolo, con il deserto di Taklamakan, in cui si trova il bacino del Lop Nor. L’ex lago costituisce la più grande riserva di sale di potassio della Cina e verrà impiegato come fertilizzante: nel 2014 si prevede che la produzione sarà di 3 milioni di tonnellate l’anno. Secondo i dati di www.china.org.cn la regione detiene il 30% delle riserve cinesi di petrolio, il 34% di gas naturale e il 40% di carbone. Seguono i giacimenti di oro, gemme rare e giada, rame, cromo, nickel e materiale da costruzione. Un quadro che descrive chiaramente perché Pechino non abbia alcuna intenzione di indietreggiare.
Le prove di un crimine
A parlare del lago di Lop Nor in termini di poligono nucleare non sono in molti: le autorità cinesi nicchiano, impegnate a magnificare le risorse di un’intera regione al centro della loro politica di sviluppo verso occidente. Ma il rischio, secondo Tohti, che Lop Nor sia servito come area di lancio per il nucleare militare anche di altri Paesi non è da escludere: ne sarebbe prova la rapidità con cui il Pakistan mostrò il suo potenziale dopo il primo test di bomba nucleare indiana. «Nel 1990 ci fu sicuramente l’aiuto della Cina per far esplodere l’ordigno pachistano. Non era possibile che in soli dieci giorni il governo di Karachi fosse già pronto a rispondere all’India. Il governo cinese afferma di aver sospeso i test nel 1996, ma io ho un grande sospetto che la verità sia diversa e che altri Paesi abbiano pagato per seppellire le scorie nucleari in questa regione. Oggi il governo versa un rimborso ai veterani che hanno effettuato i test nucleari: ma nessuno pensa alle vere vittime inconsapevoli, i civili».
A dargli conforto sono gli studi del giapponese Jun Takada, professore alla Sapporo medical university e membro del Japanese radiation protection information center: i suoi dati, presentati nel 2009, stimano che nelle aree circostanti il poligono siano morte 750mila persone, e la produzione nucleare cumulativa abbia superato i 200 megatoni. La più ampia superficie di detonazione fu relativa a una bomba termonucleare di 4 megatoni, di dieci volte più potente rispetto agli esperimenti a larga scala dell’ex Unione Sovietica. Il conseguente fallout causò 190mila morti e un milione e 300mila persone soffrirono le conseguenze dell’esposizione, all’interno di un’area 136 volte più grande di Tokio. Una zona che ha però continuato a ospitare turisti da ogni parte del mondo anche nel pieno delle sperimentazioni: di alcuni dei 200mila visitatori giapponesi, esposti inconsapevolmente per giorni alle radiazioni, Takada ha analizzato le tracce presenti nell’organismo, così da certificare con la maggiore esattezza possibile le reali conseguenze provocate dagli esperimenti. Perché il regime non ha mai concesso valutazioni degli effetti avversi sulla salute umana da parte di istituti indipendenti, pur essendo la Cina l’unico Paese al mondo che ha condotto test di superficie in larga scala a ridosso di zone abitate fino al 1980, per poi proseguire per altri 14 anni, a partire dal 1982, con le esplosioni sotterranee.
«Quando ho cominciato le ricerche, non esisteva una correlazione medica ufficiale tra gli esperimenti e le patologie riscontrate» riprende Tohti. «Tutti i dati che sono riuscito a raccogliere in due anni sono frutto di indagini complesse e clandestine. Ho girato diversi ospedali per studiare la casistica, finché non ho più avuto dubbi. Sentivo che il mio lavoro cominciava a essere notato e presto capii che non potevo più restare. Così trovai rifugio in Turchia, dove potei continuare a lavorare all’ospedale di Istanbul». Ma un giorno un amico per telefono gli chiese se fosse disposto a rilasciare un’intervista a due giornalisti di Channel Four: stavano indagando sugli esperimenti nucleari cinesi ed erano alla ricerca di dati medici. «Accettai: per due giorni ci confrontammo sulla questione. Quindi mi chiesero se ero disposto a portarli nello Xinjiang per fare un documentario per la televisione inglese. Decisi che l’avrei fatto: sapevo che avrei pagato le conseguenze di questa scelta, ma non me la sentii di tirarmi indietro. Ci vollero sei settimane per raccogliere testimonianze, entrare negli ospedali, prendere dei campioni di materiale da analizzare e incontrare la gente del posto, che continua a soffrire di tumori, linfomi, malformazioni genetiche, senza sapere perché. Eravamo quasi ogni giorno seguiti dalla polizia, così abbiamo simulato anche un interesse turistico: mi spacciavo per la loro guida».
Anche il modo in cui il materiale raggiunse l’Inghilterra ha del rocambolesco, ma alla fine il documentario venne realizzato e mandato in onda (1). «Me ne tornai in Turchia, consapevole che non mi sarebbe stato facile tornare un’altra volta in Cina. La certezza la ebbi quando dopo la trasmissione del documentario, avvenuta in ottobre del 1998, ricevetti la telefonata di alcuni amici che mi dissero di non chiamarli più. A dicembre un amico giornalista di Taiwan mi mandò un fax in cui mi avvisava che il primo ministro cinese stava per arrivare in Turchia per firmare i nuovi accordi di estradizione. Se il trattato fosse stato siglato, sarei stato in cima alla lista dei soggetti da estradare subito in Cina. Decisi così di lasciare Istanbul».
Una scelta fatta in fretta e furia ma che ora non rimpiange affatto: nonostante il duro inserimento e la lontananza dalla famiglia, Tohti adesso vive con sua figlia in un quartiere a maggioranza musulmana asiatica. È stato costretto dalle circostanze ad abbandonare il camice, ma non la sua lotta. Continua infatti a raccogliere informazioni via internet, compara i dati e si confronta con un paio di ricercatori giapponesi con cui a breve dovrebbe riuscire a pubblicare i risultati di questi anni di indagine. «Stiamo cercando i finanziamenti, per ora con molte difficoltà, ma ho buone speranze». Grazie alla collaborazione con Jun Takada, analizza i livelli di radiazione presenti nelle merci prodotte nell’area di Lop Nor; con la strumentazione del professore di Sapporo, riesce anche a registrare la radioattività rilevabile nei denti dei turisti.
 «Non puoi restare in Cina e continuare questa battaglia. Se fossi rimasto sarei morto già anni fa. Magari non vieni espressamente perseguitato, ma ci sono troppi incidenti stradali strani. È già successo al fratello di mia madre di fare questa fine. Anche ora devo stare attento a quello che faccio: non invito nessuno a casa mia, la mia posta elettronica è presa periodicamente di mira dagli agenti cinesi, mi incontro con le persone solo in luoghi pubblici e mai nello stesso posto.
I miei familiari in patria finora non hanno avuto problemi gravi: certo, anche solo in quanto uiguri sono perseguitati. Mio nipote non può richiedere il passaporto per venire a trovarmi, mio fratello avrebbe avuto diritto a diventare preside della scuola dove lavora ma il governo non glielo riconosce. Dopo le rivolte del 2008 durante le Olimpiadi, agli uiguri è vietato chiedere un passaporto, né si può viaggiare liberamente in altre città perché pensano che siamo tutti terroristi, gentaglia. Al di fuori dello Xinjiang non abbiamo permesso di residenza».
Sotto al tappeto dell’espansione cinese verso ovest
Tohti è consapevole dell’estraneità della sua causa di dissidente dall’agenda politica internazionale, ma continua a fare pressione come può sull’opinione pubblica inglese, sperando che il suo attivismo aiuti la causa uigura a essere presa sul serio. A non essere snobbata perché non è il Tibet. «Noi non abbiamo leader di riferimento che sono riusciti a far parlare il mondo dell’oppressione cinese. Oltre all’impegno di Rebiya Kadeer, che presiede il Congresso mondiale uiguro, fatichiamo ad avere una diaspora unita. Molti hanno trovato rifugio in diversi Paesi esteri, ma non abbastanza per costruire una rete. E poi tra di noi non siamo molto solidali». Seduto su un piccolo divano nella hall dell’albergo, Tohti comincia a ricordare l’antefatto storico che ha reso estraneo un popolo alla propria terra. Ritorna al 1933 quando fu proclamata la Repubblica islamica del Turkestan orientale, una breve parentesi che già l’anno successivo si chiude per opera delle truppe nazionaliste cinesi. Dieci anni dopo è grazie all’aiuto militare dell’Unione Sovietica che gli uiguri restaurano il Governo islamico del Turkestan, ma solo nel 1949 l’Urss ordina agli indipendentisti di riconciliarsi con la Cina. All’imposizione di Stalin segue l’uccisione dei rappresentanti uiguri che si dovevano incontrare con Mao per negoziare, un atto spacciato allora per incidente aereo. Ai dirigenti del Turkestan rimasti in patria non resta che accettare le posizioni del partito comunista cinese: formalmente la regione diventa parte autonoma della Repubblica popolare ma le truppe cinesi ne occupano le terre. «Prima del 1949 la popolazione di etnia han non superava il migliaio, nel 1950 erano già un milione.
Soldati in massima parte, arrivati con le loro famiglie: oggi gli han sono 10 milioni, mentre noi uiguri siamo meno di un milione, minoranza nella nostra terra». Una minoranza privata di ogni controllo e capacità di decisione: i cinesi gestiscono il potere locale, la polizia, l’esercito «Dobbiamo chiedere un permesso per poter lavorare, per sposarci, anche per avere figli o comprare casa. Se vogliamo andare in pellegrinaggio dobbiamo fare domanda. Le moschee sono distrutte, i religiosi vengono incarcerati, si fanno arresti sommari e detenzioni per motivi politici. Non parliamo poi delle condizioni dei detenuti. La lingua uigura è bandita all’università, vietate le strutture politiche tradizionali dei villaggi, fare musica tradizionale è diventata per forza un’attività clandestina. Ci stanno sradicando».
La politica del figlio unico è stata imposta alle donne uigure in modo straziante, con aborti forzati anche al nono mese. Ma nel tempo la stessa politica demografica ha prodotto in tutta la Cina un netto squilibrio, con una ingombrante maggioranza di uomini rispetto alle donne e la conseguente difficoltà a trovare una moglie. «Il governo incoraggia l’assunzione da parte delle aziende di donne uigure, cui viene imposto il trasferimento già a 16 anni nelle città in cui gli è stato assegnato il lavoro. E lì sono costrette a sposarsi con gente del posto. Il mio popolo soffre di un altissimo tasso di disoccupazione, imposto dal controllo cinese, dato che le altre etnie nello Xinjiang lavorano senza problemi. Per questo motivo è molto difficile da parte di queste ragazze rifiutare il lavoro e il conseguente ordine di sposarsi. Se tornano a casa la loro famiglia viene multata con 5.000 yuan. Molte allora scelgono il suicidio per non dare disonore ai genitori». Un escamotage di molte famiglie è far sposare le figlie prima dei 16 anni, anche contro la loro volontà. «La mentalità uigura complica le cose» evidenzia Tohti. «Se una ragazza subisce una violenza sessuale rischia fortemente di essere bollata e di non trovare mai un marito. Per questo se capitano questi fatti i genitori non denunciano: oltre al silenzio imposto dalla pressione del governo, c’è un condizionamento culturale che nasce dal tentativo di proteggere in qualche modo le proprie figlie. A oggi ormai un milione di ragazze è stato trasferito in Cina con questa politica. Del loro dolore nessuno parla, anche se sono certo che sta alla base della rivolta che c’è stata il 5 luglio del 2009». Quel giorno, nella capitale Urumqi, gruppi di uiguri hanno aggredito a bastonate, pietre e coltelli degli immigrati cinesi. Ne seguì una forte repressione da parte della polizia e dell’esercito, che causò la morte di almeno 200 persone (ma gli uiguri sostengono che le vittime fossero molte di più).
Il presidente cinese Hu Jintao rientrò anticipatamente dal G8 in Italia per gestire la situazione. «In una notte sono state uccise 1.500 persone» afferma Tohti, gli occhi sgranati per dare peso alle sue affermazioni. «Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non hanno detto nulla, le Nazioni Unite sono state zitte e hanno accettato la versione di Pechino che ha attribuito le sommosse a un’organizzazione terroristica. Solo la Turchia ha dichiarato che quella notte è stato compiuto un genocidio.
Non sappiamo se abbiamo un luogo dove stare sulla terra, non abbiamo la libertà di sopravvivere». L’infiltrazione di gruppi terroristici affiliati ad al-Qaeda non è una novità: l’Etim (East Turkestan islamic movement) è uno di questi ed è sotto osservazione internazionale, dopo che nell’agosto 2002 fu inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche di Washington dietro pressione del governo cinese, e quindi così rubricato nel settembre seguente dalle Nazioni Unite, nonostante le aspre critiche da parte delle organizzazioni di difesa dei diritti umani. Ma in seguito, nel 2005, il segretario di Stato Condoleezza Rice convinse il governo cinese a rilasciare la leader Rebiya Kadeer, che dal 2000 viveva in detenzione: da allora la dissidente risiede da esiliata negli Usa.
Lop Nor: è alla causa del ‘deserto della morte’, come viene tuttora chiamato, che Tohti sente di dover dedicare la sua vita. Non solo come uiguro ma come medico, che non ha mai dimenticato l’incontro con una ragazza sofferente di una malformazione congenita, costretta a muoversi solo stri sciando e afflitta da dolori insopportabili. Lo sguardo di quella giovane e il senso di impotenza della madre lo si può incontrare in Death on the silk road, un documentario che resta assolutamente attuale nonostante siano passati più di 13 anni. «La mia gente non pensa ad altro che a sopravvivere. Chi come me è riuscito a studiare non parla: magari capisce che qualcosa è successo, ma sa che se dovesse esprimere il suo pensiero finirebbe subito in galera». Nel frattempo Tohti non ha ricevuto alcuna risposta alle sue lettere inviate all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, né riscontri dalla Nuclear peace foundation. Solo il 28 agosto scorso si è aperto uno spiraglio a Bruxelles, dove ha tenuto un workshop per l’International physicians for prevention of nuclear war, federazione di organizzazioni mediche nazionali di 63 Paesi, che mira all’abolizione delle armi nucleari. «Non so come si possa fare ancora pressione sul governo cinese: il potere economico della Cina fa paura e gola a tutti, quindi anche chi sa, preferisce tacere.

Solo il Giappone si comporta in modo più indipendente rispetto a Pechino, innanzitutto perché ha esperienza della guerra nucleare e poi perché la sua tecnologia interessa alla Cina e non il contrario. Sono stato invitato a partecipare alla commemorazione di Hiroshima e Nagasaki e il Parlamento mi ha chiesto di intervenire per spiegare cosa stia realmente accadendo alla popolazione dello Xinjiang. Sto attendendo anche una risposta dagli Stati Uniti per poter presentare la mia ricerca al Congresso americano. Non so come andrà, intanto continuo a sperare».
Al momento del congedo, il suo ultimo pensiero va al lago della morte. «Cerchiamo di dire all’Occidente che i suoi turisti sono in forte pericolo nel recarsi lì: le radiazioni in quell’area superano di oltre il 30% le altre zone dello Xinjiang. Se non tengono al destino degli abitanti del luogo, dovranno pure preoccuparsi di cosa accade ai loro connazionali in vacanza!».
Penso allo tsunami indonesiano, e all’immediata pretesa dei Paesi europei di riavere i corpi dei loro turisti. A quella fretta di distinguere i propri morti dagli altri. Ma qui l’onda non ha smesso di spargersi su tutto. E non è possibile nemmeno fotografarla, per mostrarla a chi è rimasto a casa come un orrido cimelio. Maledetto documentario.

 Fonte: https://www.rivistapaginauno.it/enver-tohti.php

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