Un milione di uiguri rinchiusi nei campi di rieducazione

 

Il governo aveva giurato di averli aboliti. Colpevoli di essere musulmani, i membri della minoranza etnica subiscono il lavaggio del cervello: molti impazziscono, alcuni muoiono, altri tentano il suicidio

 

Nei “campi di rieducazione attraverso il lavoro”, che la Cina ha annunciato di aver abolito con alti squilli di tromba nel 2013 (e qualche grande giornale ci ha pure creduto), sono stati rinchiusi nell’ultimo anno tra gli 800 mila e un milione di uiguri. La provincia che ha accolto questa ondata di «cattivi elementi» è quella settentrionale del Xinjiang, dove la minoranza etnica è perseguitata da anni a causa della religione professata, l’islam.

 

VERE E PROPRIE PRIGIONI. Centri che hanno lo scopo ufficiale di «trasformare le persone attraverso l’educazione» sono spuntati come funghi in tutta la provincia, spesso in vecchie scuole o in uffici governativi abbandonati. Il partito comunista ha trasformato questi locali in vere e proprie prigioni, attrezzate con perimetri di filo spinato, celle e porte rinforzate. Chi viene rinchiuso all’interno subisce il lavaggio del cervello, violenze fisiche e psicologiche, che hanno causato negli ultimi mesi diverse vittime, oltre ad aver spinto decine di persone alla pazzia.

«INCATENATO MANI E PIEDI». Kayrat Samarkan, 30 anni, è uscito da uno di questi centri il 15 febbraio. Nell’ottobre del 2017 era tornato nel Xinjiang dal Kazakistan, dove vive attualmente, per vendere la sua vecchia casa. La polizia l’ha subito fermato e portato alla centrale dove «sono stato interrogato per tre giorni senza che potessi mai dormire», ha dichiarato l’uomo a Rferl. Subito dopo è stato trasferito in un «centro per la rieducazione politica»: «Mi hanno spogliato e rasato, poi mi hanno incatenato mani e piedi». All’interno dei campi c’erano tre tipi di prigionieri: «Eravamo circa seimila: alcuni erano rinchiusi perché avevano legami con l’islam, altri perché si erano recati all’estero, altri ancora per aver violato qualche legge. Io sono stato imprigionati per questi ultimi due motivi».

TENTATO DAL SUICIDIO. I carcerieri gli hanno insegnato innanzitutto «a non divulgare i segreti di Stato cinesi all’estero», poi gli hanno imposto di «abbandonare la religione musulmana». La vita all’interno era così dura che Samarkan ha pensato al suicidio e dopo poche settimane ha cominciato a sbattere la testa violentemente contro il muro nella speranza di essere dichiarato pazzo. Dopo quattro mesi è stato liberato.

VIETATO VIAGGIARE ALL’ESTERO. A un cuoco di 34 anni, padre di due figli, non è andata così bene. Incarcerato per sei mesi in un campo della prefettura di Yili Hasake per aver tenuto comportamenti «politicamente scorretti» e sostenuto «forti visioni religiose», è morto dopo pochi mesi nel dicembre scorso. A marzo, un 17enne arrestato per aver «viaggiato all’estero» è morto in un campo della città di Kashgar, dove sono state rinchiuse decine di migliaia di persone. Al padre, che è andato a recuperare il corpo, non è stato comunicato come sia morto.

NON SI SALVA NESSUNO. Obulkasim Haji, 67 anni, proprietario di un famoso hotel a Kashgar e padre di cinque figli, è stato rinchiuso in un «campo di rieducazione politica» a maggio. Due dei suoi figli erano già stati arrestati nel settembre dell’anno scorso. Chi lo conosce è rimasto stupito visto che «ha sempre collaborato con il governo, ospitando nei suoi ristoranti i funzionari, e impedito ai suoi dipendenti di pregare durante l’orario di lavoro».

IL CALCIATORE DI SUNING. Erfan Hezim, 19 anni, promessa del calcio cinese, militante nella nazionale giovanile e stella del Jiangsu Suning, è stato arrestato a febbraio con l’accusa di aver viaggiato all’estero, in Spagna e Dubai, dove si era recato per allenarsi. Durante una visita ai genitori nel villaggio di Emin, è stato fermato dalla polizia mentre si trovava al mercato e portato al centro di rieducazione di Jiaochu. «La famiglia è scioccata», ha dichiarato a Rfa un amico, «non hanno sue notizie da mesi. La madre piange ininterrottamente da allora».

L’ELMETTO CHE PORTA ALLA PAZZIA. Inquietante è anche un rapporto realizzato da ChinaAid ad aprile, secondo cui 20 uiguri di origine kazaka sono impazziti in un centro. I prigionieri sono stati privati del sonno e dell’uso del bagno e forzati a indossare un elmetto che produceva rumori per 21 ore al giorno, lasciando loro solo tre ore di silenzio per dormire. La continua tortura li portava a piangere e gridare tutto il giorno. Dopo averli ridotto in questo stato, le autorità li hanno trasferiti in un ospedale psichiatrico nel distretto di Beitun, dove sono rinchiusi da tre mesi. I familiari hanno ricevuto l’ordine di pagare le spese per il trattamento in ospedale: 18 mila yuan (circa 2.350 euro).

LAVAGGIO DEL CERVELLO. Un imprenditore uiguro residente all’estero, di recente tornato in Cina per affari, ha dichiarato che nella città di Yining sono stati aperti cinque centri di questo tipo. Dopo averne visitato uno, ha affermato che «basta ricevere una telefonata dall’estero per essere rinchiusi». All’interno i prigionieri indossano le stesse uniformi dei carcerati comuni, non possono andare al bagno senza permesso, hanno lo sguardo perso nel vuoto come se fossero «storditi» e subiscono «il lavaggio del cervello». A molti è stato chiesto di redigere confessioni e documenti di auto-critica e fino a quando non vengono ritenuti «soddisfacenti» le persone non possono uscire. «I denti della moglie di un mio amico sono diventati tutti neri dopo essere stata rinchiusa, come se aggiungessero qualcosa dentro al cibo. Non sono centri di educazione, sono carceri».

 

 

 

 

 

 

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