Uiguri, la Cina risponde all'Onu negando discriminazioni e campi di rieducazione

 

La Cina nega che i musulmani dello Xinjiang, una minoranza di etnia uigura, siano discriminati sulla base della loro religione. E che un milione di persone, secondo fonti giudicate “credibili” dagli esperti dell’Onu, siano state rinchiuse in maniera arbitraria in campi di rieducazione

 

Come da copione, la Cina nega tutto. Che i musulmani dello Xinjiang, una minoranza di etnia uigura, siano discriminati sulla base della loro religione. Che un milione di persone, secondo fonti giudicate “credibili” dagli esperti dell’Onu, siano state rinchiuse in maniera arbitraria in campi di rieducazione, dove vengono indottrinate alla fedeltà alla nazione e al Partito. Che la provincia autonoma sia stata trasformata, parole di un esperto delle Nazioni Unite, in “enorme campo di internamento avvolto dal segreto”. La relazione finale letta dalla delegazione cinese di fronte al comitato per l'Eliminazione della discriminazione razziale di Ginevra rispedisce al mittente tutte le accuse. “Falso” che così tanti uiguri siano stati rinchiusi, ha detto l’emissario del Fronte unito, l’organo per la propaganda esterna del Partito comunista. Aggiungendo che le autorità dello Xinjiang “garantiscono la libertà di fede e proteggono le normali attività di culto”. Una replica familiare secondo Maya Wang, ricercatrice di Human Rights Watch: “Quando affronta le critiche internazionali, la Cina le devia impacchettando le risposte con statistiche irrilevanti, offuscando i problemi, negando le accuse”. Il Dragone ha sottoscritto la carta Onu sui diritti delle minoranze nel 1981. A ben guardare nella sua relazione un’ammissione c’è. Secondo Pechino alcuni soggetti “deviati dall’estremismo religioso devono essere assistiti con un trasferimento e una rieducazione”. È un tentativo di spostare le politiche attuate in Xinjiang dal piano dei diritti umani a quello della sicurezza, già stato preparato questa mattina dal quotidiano di regime Global Times, secondo cui la Cina è riuscita evitare nella Provincia autonoma una derivia estremista simile a quella siriana. Per Pechino questi arresti sono attuati “secondo la legge e senza prendere di mira specifiche minoranze”.
All’interno della minoranza uigura ci sono in effetti dei nuclei indipendentisti, con frange estremiste che hanno organizzato azioni violente contro polizia e civili. Ma la campagna lanciata da Xi Jinping contro terrorismo ed estremismo, si è trasformata secondo le testimonianze che filtrano dallo Xinjiang in qualcosa di diverso: un esperimento di sorveglianza armata e tecnologica della popolazione senza precedenti, che va dalla chiusura di moschee al prelievo di campioni biologici. A cui infine si sono aggiunti i centri di rieducazione, vere e proprie prigioni in cui i musulmani, uiguri e kazaki, vengono rinchiusi solo perché fedeli. In queste ultime settimane le testimonianze si stanno moltiplicando, insieme all’evidenza di quanto sia estesa la campagna di sicurezza: l’anno scorso il 21% di tutti gli arresti effettuati in Cina è avvenuto in Xinjiang, dove vive appena l’1,4% della popolazione. Evidenze che la Cina continuerà a negare.

 

 

 

 

 

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