Perché gli uiguri sono perseguitati?

 

Dal punto di vista delle pubbliche relazioni, per il PCC la persecuzione degli uiguri musulmani è il disastro peggiore dopo l’imponente repressione del Falun Gong attuata negli anni 2000. Perché la stanno attuando?

 

Il 6 novembre, la Revisione periodica universale, ha confermato che l’internamento di circa un milione di uiguri nei temuti campi di “rieducazione” è, dopo la persecuzione su larga scala del Falun Gong attuata negli anni 2000, il peggior disastro per le pubbliche relazioni del Chinese Communist Party (PCC). I diplomatici cinesi e il viceministro degli Affari esteri cinese hanno dovuto ascoltare denunce sulla persecuzione degli uiguri da un Paese dopo l’altro. Ma perché li stanno perseguitando?

Ci sono due risposte facili, ma false o, nella migliore delle ipotesi, incomplete. La prima è che il PCC non ama la religione in generale. Questo è vero, ma non spiega perché solo negli ultimi anni la persecuzione degli uiguri abbia raggiunto le drammatiche dimensioni odierne. Il PCC è da sempre avverso alla religione. Perché solo adesso attacca gli uiguri su così vasta scala?

La seconda risposta è che il PCC teme il “separatismo” e il “terrorismo” uiguri. Questa è ovviamente la linea sostenuta dal PCC, che non lesina sforzi per vendere questa versione ai media e ai governi del mondo. Sebbene a livello mediatico i risultati per il PCC siano sempre più deludenti, qualche volta qualcono dei media ripete ancora questa motivazione.

Un fondamento di verità in quelle affermazioni esiste, ma la propaganda del PCC la dilata proponendo due falsità. Il fondamento di verità consiste nel fatto che nello Xinjiang esistono davvero  alcune piccole organizzazioni terroristiche che predicano un islam ultra-fondamentalista. Ma in questo campo tutte le statistiche sono politiche. Le autorità cinesi sostengono che nel secolo XXI gli attacchi terroristici abbiano causato circa 700 vittime. Gli uiguri sostengono invece che il numero è gonfiato. Tuttavia alcuni attacchi terroristici si sono effettivamente verificati ed alcuni uiguri hanno espresso simpatie per al-Qa’ida (che a propria volta ha cercato di trarre profitto propagandistico dalla causa uigura). Inoltre un piccolo numero di uiguri si è unito all’ISIS (300 secondo i cinesi, un po’ più di 100 secondo altri osservatori indipendenti). Nel 2009, a Urumqi, capitale dello Xinjiang, gli uiguri hanno scatenato rivolte per protestare contro la brutalità della polizia. I disordini hanno causato (secondo le statistiche ufficiali) 197 morti, molti dei quali cinesi Han. Ma la repressione brutale attuata dal PCC che ne è seguita potrebbe aver causato almeno altrettante vittime.

Questi eventi inducono la propaganda del Partito a trarre due false conclusioni. La prima è che la maggior parte degli uiguri simpatizzerebbe per i terroristi. Si tratta di un’affermazione non provata, che viene utilizzata per giustificare il fatto che un milione di uiguri siano detenuti nei campi di “rieducazione”. In realtà, la maggior parte dei leader e delle organizzazioni uigure ha respinto fermamente il terrorismo.

La seconda conclusione errata è che l’instaurazione di un regime di terrore nello Xinjiang e l’internamento di una percentuale significativa della SUA sua permetterebbero di eliminare il terrorismo. È vero piuttosto il contrario. Quasi tutti gli esperti di fenomeni terroristici a livello internazionale che hanno studiato il caso degli uiguri hanno concluso che l’attuale ondata di repressione indiscriminata è la ricetta migliore per permettere ai gruppi terroristici, finora così piccoli e impopolari, di trovare nuove reclute nello Xinjiang.

Occorre inoltre considerare che il PCC classifica come “terrorismo” tutte le forme di critica al regime e tutte le attività politiche finalizzate all’indipendenza o a un’autentica autonomia della regione. Ma si tratta di azioni che non corrispondono affatto alle definizioni correnti di “terrorismo”.

Per una comprensione migliore di ciò che sta accadendo, è necessario spiegare chi siano gli uiguri. Il nome “uiguri” designava i sudditi del canato uiguro, un vasto impero esistito dall secolo VIII al secolo IX. La dinastia cinese Tang sconfisse e conquistò il canato, causando la migrazione di molti uiguri dall’attuale Mongolia all’attuale Xinjiang, dove gli sfollati si unirono a una popolazione locale di origine molto antica. Successivamente, attraverso un processo graduale iniziato nel secolo X-, gli uiguri si sono convertiti all’islam. A quel tempo, il nome “uiguri” era usato raramente e la zona abitata da questi musulmani turcofoni era prevalentemente denominata Altishahr (“Sei città”).

Il canato buddista Zungaro (situato in quella che oggi è la parte settentrionale dello Xinjiang) conquistò Altishahr nel secolo XVII. Ciò persuase alcuni abitanti musulmani della regione (ma non tutti) a schierarsi con la dinastia cinese Qing quando questa intraprese una guerra contro il canato zungaro. Vi sono poi state diverse guerre che si sono concluse nel secolo XVIII con quello che gli storici hanno chiamato “genocidio degli zungari”, allorché la repressione cinese, le malattie e la carestia causarono la morte di 500-800mila zungari. I musulmani dell’Altishahr sono quindi passati dal dominio zungaro a quello cinese, finché il signore della guerra uzbeco Yakub Beg (1820-1877) non a coalizzato i musulmani della regione contro la Cina, instaurando un regno musulmano. La Cina ha sconfitto Beg nel 1866 e nel 1874 ha annesso la regione chiamandola Xinjiang, che significa “Nuova frontiera” o “Nuova terra di confine”. In questo frangente il nome “uiguri” veniva utilizzato solamente per designare gli abitanti medioevali del canato uiguro. Gli abitanti musulmani della regione, che i cinesi chiamavano “Xinjiang”, venivano chiamati “Turcofoni”, “teste con il turbante”, o semplicemente “musulmani”.

Il nome “uiguri” è riemerso solo nel secolo XX, insieme a un movimento che contestava l’annessione dello Xinjiang alla Cina. Tale movimento denunciava il colonialismo cinese e anche l’uso del nome “Xinjiang” per la regione (che essi proponevano di chiamare “Turkestan orientale”), e ne chiedeva l’indipendenza. Queste rivendicazioni hanno trovato un alleato nell’Unione Sovietica, che riteneva che l’“Uiguristan” potesse diventare un’altra repubblica sovietica a maggioranza musulmana, come i vicini Kirghizistan, Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. Questo ha ovviamente causato un complicato gioco politico, diplomatico e militare tra sovietici e Cina nazionalista. Per due volte, grazie al sostegno e alla protezione sovietici, è stata fondata nello Xinjiang una repubblica indipendente quanto effimera denominata Repubblica dell’Est Turkestan, la prima volta dal 1933 al 1934 e la seconda dal 1944 al 1949.

La conquista del potere da parte del PCC ha però posto termine a questi esperimenti. Il presidente Mao (1893-1976) ha proclamato lo Xinjiang “autonomo”, ma l’autonomia è esistita solamente sulla carta. Inoltre cinesi di etnia han sono stati trasferiti in massa a vivere nello Xinjiang, anche se sul punto le statistiche sono controverse. Il numero stesso di abitanti uiguri nello Xinjiang è oggetto di contestazione, ma alcuni studiosi ritengono che si collochi a metà tra gli 8,6 milioni censiti dai cinesi (11 milioni contando altri musulmani che vivono nello Xinjiang, inclusi i kazaki etnici) e i 15 milioni rivendicati dalle organizzazioni di uiguri all’estero. Il numero totale di abitanti dello Xinjiang è di 21 milioni.

La maggior parte degli uiguri non si considera “cinese”, in quanto è di etnia diversa, di religione diversa e di lingua diversa. Gran parte di loro non parla affatto cinese. Non ci sono prove, tuttavia, che la maggioranza degli uiguri sia politicamente “separatista” o che sostenga l’indipendenza dalla Cina, sebbene, anche in questo caso, la repressione e la persecuzione alimentino chiaramente il separatismo. Per inciso, Bitter Winter è un periodico che si occupa di diritti umani e di libertà religiosa. Non prende quindi posizione su questioni politiche quali l’appartenenza o meno alla Cina di alcune regioni. Utilizziamo quindi la denominazione “Xinjiang” perché è la designazione più comune e comprensibile di queell’area.

Non vi è inoltre alcuna prova che il separatismo uiguro si sia diffuso maggiormente negli ultimi decenni, mentre ci sono ampie prove delle persecuzioni degli uiguri da parte del PCC. Ma perché, ancora una volta, accade? La maggior parte degli studiosi ritiene, e che qui scrive è d’accordo con loro, che le ragioni siano religiose più che politiche. La politica leggermente più indulgente attuata dal PCC durante la presidenza di Den Xiaoping (1904-1997) ha permesso al revival islamico che interessava tutta l’Asia centrale di estendersi anche allo Xinjiang. Al tempo stesso il crollo dell’Unione Sovietica ha eliminato il vecchio timore cinese che le repressioni contro i musulmani nello Xinjiang potessero indurre i sovietici a riesumare i propri progetti di creazione di un “Uyghuristan” sotto controllo sovietico in un’area di cruciale importanza strategica. E la politica di inasprimento della repressione della religione in generale voluta ael presidente Xi Jinping è l’ultima causa in ordine di tempo della situazione attuale.

Perché dunque gli uiguri sono perseguitati? Sebbene i timori di “separatismo” possano giocare un qualche ruolo, in sostanza la risposta è che sono perseguitati perché il forte risveglio dell’islam tra loro ha spaventato il regime. Il PCC ha temuto e ancora teme che la rinascita musulmana possa espandersi ad altri gruppi musulmani non uiguri della Cina i quali poi uniscano le forzeper dare vita a una rinascita religiosa generale che un giorno potrebbe scalzare il potere. La conclusione logica è che, sebbene nessuna persecuzione sia mai esclusivamente religiosa, gli uiguri sono effettivamente vittime di una persecuzione religiosa.

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Power by: Arslan Rahman