Cina. I campi di prigionia per uiguri introducono il lavoro forzato

 

Il lavoro nelle fabbriche tessili ha come obiettivo il «reinserimento di persone utili nella società». I manufatti vengono poi venduti sul mercato cinese ed esportati anche negli Stati Uniti.

Il regime cinese ha rinchiuso nell’ultimo anno senza processo circa un milione di uiguri in quelli che chiama «centri di trasformazione attraverso l’educazione». L’eufemismo non deve ingannare: si tratta di veri e propri campi di prigionia da dove i musulmani, accusati a prescindere di essere estremisti, non possono uscire fino a quando non rinnegano la propria fede e non riconosco la supremazia e la guida del partito comunista. «L’educazione e l’addestramento li faranno diventare “persone moderne”, utili alla società», ha scritto poche settimane fa il giornale ufficiale Xinjiang Daily. Da pochi mesi però all’educazione e all’addestramento il governo ha deciso di aggiungere una terza attività: il lavoro.

LAVORO FORZATO

Come riportato dal New York Times, infatti, vicino o all’interno dei campi stanno nascendo delle fabbriche dove agli uiguri viene chiesto di lavorare gratis o quasi. Abil Amantai, 37 anni, rinchiuso in un campo un anno fa, ha rivelato ai suoi genitori che ora deve lavorare in uno stabilimento tessile a 95 dollari al mese (contro uno stipendio medio di circa 700 dollari). Secondo un piano redatto ad agosto dal governo locale, l’area di Kashgar, nel sud della provincia, mira a inviare a lavorare nelle fabbriche 100 mila uiguri incarcerati. È il ritorno dichiarato a quei “campi di rieducazione attraverso il lavoro” formalmente aboliticinque anni fa (nella pratica hanno sempre continuato a esistere).

Il lavoro forzato è stato promosso da pochi mesi ma Serikzhan Bilash, fondatore del Atajurt Kazakh Human Rights, organizzazione che aiuta i kazaki scappati dal Xinjiang, ha già parlato con i parenti di 10 internati, secondo i quali dopo l’indottrinamento il lavoro nelle fabbriche è obbligatorio. Si tratta soprattutto di imprese tessili e «gli uiguri non hanno scelta». I prodotti del lavoro forzato potrebbero anche essere esportati, come dimostra il caso dell’azienda Hetian Taida, che si occupa di abbigliamento sportivo e che rifornisce l’azienda americana Badger Sportswear. La compagnia cinese è tra quelle indicate in un servizio della tv di Stato dove gli uiguri vengono inviati a lavorare.

REINSERIMENTO NELLA SOCIETÀ

Un importante funzionario comunista del Xinjiang, Shohrat Zakir, ha dichiarato in ottobre che il lavoro fa parte del «servizio» offerto alle persone internate allo scopo di aiutarle a reinserirsi nella società, insegnando loro un mestiere. Darren Byler, che studia il Xinjiang presso l’università di Washington, ha dichiarato che i genitori di un uiguro incarcerato hanno scoperto che il figlio, rilasciato in autunno, dovrà lavorare in un fabbrica di vestiti per almeno tre anni. Ma, hanno concesso loro i funzionari comunisti, se lavorerà bene «il periodo di tempo potrebbe essere ridotto».

 

 

 

 

 

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