Il PCC sta commettendo un “genocidio culturale”

 

La sparizione dell’artista uigura Sanubar Tursun porta alla luce una verità sconvolgente: la parola tabù è una realtà

 

La musicista uigura Sanubar Tursun

 

 

 

Paul Crespo

 

Sanubar Tursun, una musicista uigura celebre a livello internazionale, è scomparsa in Cina. Aveva un seguito notevole nelle aree rurali del sud della regione autonoma dello Xinjiang, che si trovano lungo il percorso della nuova via della seta cinese (la Belt and Road Iniziative).

Secondo La Libre Belgique, per questo mese aveva previsto una serie di esibizioni in Francia, a Rennes, Angers e Nantes, ma gli spettacoli sono stati cancellati già a novembre 2018, quando a quanto pare le autorità cinesi avrebbero vietato il viaggio. Alcune fonti vicine all’artista riferiscono che è stata arrestata, giudicata e condannata a cinque anni di prigione. Le autorità cinesi, tuttavia, hanno rifiutato di confermare dove si trovi.

Per gli uiguri, le canzoni di Sanubar esprimevano sentimenti di cui non si può parlare apertamente, benché fosse attenta e scegliesse con cura i testi, in modo da non valicare i limiti stabiliti dalle autorità. I suoi concerti attiravano migliaia di persone, e questa popolarità ha preoccupato il governo cinese.

Sanubar Tursun non è la prima né sarà l’ultima tra gli artisti che subiscono questa sorte in Cina. Negli ultimi mesi, il PCC ha condotto arresti di massa di intellettuali e artisti in tutte le aree a nordovest del Paese. È confermato che anche altri personaggi sono stati arrestati, per esempio Adil Mijit, attore comico famoso; Rashida Dawut, pop star; Zahirshah, cantante giovane e promettente, arrivato al successo attraverso il programma TV Voice of the Silk Road; Peride Mamut, cantante folk famoso con le sue canzoni tipiche di Kashgar sulla scena degli anni 1980 successiva alla Rivoluzione Culturale.

Gli arresti di intellettuali uiguri non si limitano però agli artisti, ma arrivano a colpire perfino affermati accademici non religiosi e membri del Partito Comunista e delle sue istituzioni. Tashpolat Tiyip, rettore dell’Università dello Xinjiang e specialista in materia di terre aride e desertificazione, è “scomparso” all’aeroporto di Pechino nel maggio del 2017. Le Monde ha riportato che stava partendo per la Germania con un gruppo di studenti per un convegno. Tiyip ha un dottorato dell’Università delle scienze di Tokyo ed era in carica come rettore dal 2010; è anche dottore honoris causa alla École pratique des hautes études, in Francia.

Nessuno era a conoscenza della sua situazione fino a quando l’emittente radiofonica americana Radio Free Asia (RFA), alla fine di ottobre, non ha dato la notizia che qualcuno l’aveva visto in un film di indottrinamento della polizia, insieme ad altri cinque uiguri accusati di “separatismo”. A quanto pare la condanna a morte di Tiyip è stata commutata nell’ergastolo dopo due anni di buona condotta, una pratica comunein Cina.

Le Monde ha inoltre riportato che anche l’ex direttore dell’Ospedale universitario dello Xinjiang, Halmurat Ghopur, è stato arrestato con l’accusa di avere una “doppia faccia” e “coltivare opinioni separatiste”. Secondo Dilnur Reyan, un ricercatore franco-uiguro del National Institute of Oriental Languages and Cilizations, «Ghopur ha fatto tutti i suoi studi in mandarino, cosa generalmente malvista fra gli uiguri. [Le autorità cinesi] stanno attaccando una élite filo-governativa, rettori, presidi delle università principali, che hanno servito il partito…».

Reyahn, che è specializzato in “identità e nazionalismo nella diaspora uigura”, ha aggiunto: «Arrestano chiunque possa essere utile in caso di una sfida, persino all’interno del sistema. Questo conferma che la Cina non sta combattendo i presunti uiguri radicalizzati, bensì sta attuando la repressione di una identità etnica. L’islamismo non è né il primo né l’unico segno ad indicare l’identità uigura».

Rachel Harris, docente alla School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra, ha dato un nome a questa repressione rivolta contro leader culturali e intellettuali, artisti, accademici e scrittori. L’ha definita un “genocidio culturale”, una questione che a livello internazionale gli studiosi hanno iniziato a porre sempre più in relazione a molti gruppi.

Come pubblicato in precedenza da Bitter Winter, le autorità cinesi hanno anche creato campi di concentramento per gli uiguri: il così detto sistema jiaoyu zhuanhua, abitualmente tradotto come “campi per la trasformazione attraverso l’educazione”, dove però  zhuanhua significa in realtà “conversione”. In base alla propaganda dello Stato cinese, chiaramente, esistono per «[…] contenere l’estremismo islamico». In realtà, invece, questi campi di detenzione dura e di indottrinamento sono il luogo in cui sono torturati, talvolta fino alla morte, quelli che resistono alla “deprogrammazione” dalla propria fede religiosa. Sono creati per imporre a forza lingua e cultura cinesi agli uiguri e ad altre minoranze etniche.

La denominazione innocente “trasformazione attraverso l’educazione” è intenzionalmente ingannevole. Questi campi non sono scuole: sono prigioni. I detenuti devono lavorare, oltre a essere indottrinati in modo continuo, e la così detta “educazione” può essere brutale. Lo studioso tedesco Adrian Zenz, uno stimato esperto di questo argomento, sostiene che «[…] in seguito alle condizioni palesemente disumane di questi centri, diversi detenuti sono morti e altri hanno sofferto cedimenti psichici». Secondo la stima di Zenz, un milione di uiguri sono detenuti nei campi dello Xinjiang, e definisce tutto ciò come «[…] la più intensa campagna di ricondizionamento sociale coercitivo [in Cina] dalla fine della Rivoluzione Culturale».

La repressione degli uiguri non si limita a questi campi di internamento. Anche al di fuori, sono costretti a frequentare riunioni politiche e corsi di lingua cinese. Lo Stato ha confiscato i loro passaporti cinesi e ha vietato i contatti con l’estero. Anche semplicemente per spostarsi dal luogo di residenza sono necessari permessi speciali, rilasciati dalle autorità cinesi. Le restrizioni per quanto riguarda la religione sono talmente coercitive, che il governo, di fatto, ha bandito l’islamismo.

La sparizione e gli arresti di queste famose icone della cultura uigura dimostrano che in Cina nessuno degli appartenenti a questa minoranza etnica è al sicuro dal rischio di essere internato nei campi di concentramento, per quanto possa essere celebre o popolare. Inoltre, rende ben chiaro che il livello di repressione nella regione dello Xinjiang è talmente grave che non vi si può levare alcuna voce di dissenso, neppure da parte di membri leali del Partito Comunista.

 

 

 

 

 

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