Uiguri sempre sotto controllo, anche fuori dallo Xinjiang

 

L’intera regione è sotto la stretta sorveglianza del governo e il PCC allarga il controllo anche oltre i confini

 

Se vi incuriosisce sapere come vive un prigioniero nella propria terra, basta che diate un’occhiata alla popolazione degli uiguri, una minoranza musulmana che abita la Regione autonoma dello Xinjiang, nell’estremo ovest della Cina. Qui vedrete, come riferito dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che almeno 800mila persone, ma potrebbero essere fino a più di 2 milioni, sono detenute nei campi per la trasformazione attraverso l’educazione.

Lo Xinjiang è saldamente controllato dal Partito Comunista Cinese (PCC), che aumenta progressivamente la stretta sugli uiguri anche fuori dalla regione.

Liu Lan, una donna uigura originaria dello Xinjiang, che risiede nella provincia costiera orientale dello Shandong, è stata posta sotto sorveglianza proprio per via della sua religione. A partire dal 201, ha ricevuto di frequente telefonate o visite inaspettate da parte del personale dell’ufficio sotto-distrettuale del suo quartiere, che voleva sapere dove si trovasse e cosa facesse. E ancora: i funzionari le hanno ordinato di passare al controllo ogni settimana.

Non è neppure libera di spostarsi nel Paese senza permesso. Per lasciare la città, deve fare richiesta dell’approvazione del governo, e ottenerla. I funzionari del sotto-distrettohanno affermato che l’indicazione di una sorveglianza extra per gli uiguri proviene da autorità di livello più elevato.

Nel 2018, nel corso del Summit dell’organizzazione della cooperazione di Shangai, soltosi a Qingdao, nella provincia orientale dello Shandong, la polizia si è recata a casa di Liu Lan per registrare i suoi dati personali e le ha vietato di lasciare la zona. Verso la fine di dicembre, la donna voleva rientrare nella città natale di suo marito, ma le è stato imposto di registrarsi all’ufficio sotto-distrettuale, dove le hanno richiesto di compilare un totale di dodici moduli.

«Ha indicato i dati del suo documento d’identità più di cento volte. Ogni volta che si registra, le prendono le impronte digitali. Ha dovuto scrivere una “dichiarazione di garanzia”, hanno scansionato il suo volto per inserirlo nel sistema di riconoscimento facciale e hanno controllato i dati del suo cellulare», ha raccontato suo marito. «In Cina, chiedere il rispetto dei diritti umani è pretendere troppo».
Gli uiguri dello Xinjiang che vivono altrove non solo sono tenuti sotto controllo da parte delle amministrazioni locali, ma sono anche costretti a rientrare ogni sei mesi nella propria città natale per un approfondimento delle indagini; viene chiesto loro, cioè, se abbiano partecipato ad attività religiose, se abbiano commesso qualcosa di illegale eccetera. Se lo superano, sono liberi di andare. In caso contrario, saranno trattenuti fino a data da stabilirsi e il loro documento di identità verrà confiscato.

Tajigul, una donna dello Xinjiang che ha lavorato per quasi vent’anni nel campo degli affari nella città di Changzhi, nella provincia settentrionale dello Shanxi, lo sa bene. Dal momento che porta il burka (una tenuta religiosa tipica, indossata dalle donne musulmane) e che una telecamera di sorveglianza l’ha registrata mentre lo faceva, la polizia ha pensato che Tajigul fosse influenzata da una forte ideologia religiosa, così nell’agosto del 2018 è stata inviata indietro, nello Xinjiang, per essere sottoposta alle indagini.

«Scegliere gli abiti da indossare è una questione di libertà personale, ma per noi, gente dello Xinjiang, ogni cosa è vietata» ha affermato un uomo, anch’egli uiguro. «Anche se ci troviamo lontani dallo Xinjiang, non appena le autorità individuano il minimo segno di coinvolgimento in attività religiose, per noi è il disastro».

I parenti di Tajigul nello Shanxi si sono persino recati al dipartimento del governo locale per ottenere un certificato che dimostrasse che la donna non ha precedenti penali e l’hanno recapitato alla polizia dello Xinjiang. Tajigul non è ancora tornata nello Shanxi.

Alcune fonti affermano che nello Shanxi, a Changhzi, Linfen e in altre città, sono stati istituiti gruppi speciali per il controllo degli uiguri dello Xinjiang. La polizia va a casa loro due volte alla settimana e utilizza una fitta rete di telecamere di sorveglianza per verificare se prendano parte a una qualsiasi attività religiosa.

Tutti i nomi usati in questa sede sono pseudonimi

 

 

 

 

 

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