«Mai più»: gli ebrei con gli uiguri contro il nuovo genocidio

 

Nel 1949 si è replicato agli orrori dell’Olocausto proclamando «mai più», ma i genocidi sono continuati. Oggi potrebbe accadere ancora nella Cina occidentale

 

I componenti del comitato, da sinistra a destra: la dottoressa Rachel Harris, il rabbino Benji Stanley, Rahima Mahmut e Mia Hasenson-Gross

 

La settimana scorsa, a Londra, gli ebrei si sono uniti ai musulmani uiguri per dire ancora una volta «mai più» ‒ altri uiguri della diaspora stanno facendo girare nel mondo una mostra sul medesimo argomento – e per sensibilizzare l’opinione pubblicasugli orrori che si stanno verificando nella regione dello Xinjiang.

I componenti della René Cassin Organization, la voce ebraica a difesa dei diritti umaninel Regno Unito, si sono riuniti per commemorare il 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani e per esprimere solidarietà agli uiguri che si trovano a fronteggiare l’orrore.

Sottolineando che «mai più» ha in realtà finito per significare “più e più volte”, Mia Hasenson-Gross, direttrice della René Cassin Organization, ha introdotto la serata dicendo al pubblico che le incarcerazioni degli uiguri riguardano ora 1,5 milioni di persone e che di fatto si tratta del decimo “genocidio” dalla Seconda guerra mondiale.

 

Mia Hasenson-Gross, direttrice della René Cassin Organization, dice al pubblico che le incarcerazioni degli uiguri costituiscono di fatto un “genocidio”

 

L’organizzazione è stata istituita per mettere in pratica i valori di cui era portatore l’avvocato ebreo René Cassin (1887-1976), che ha contribuito alla stesura della Dichiarazione universale dei diritti umani (DUDU) e per difendere chi nel mondo non ha voce. Si tratta di un ente benefico che opera per promuovere e proteggere i diritti umani universali attingendo all’esperienza e ai valori ebraici.

Citando Baruch Solomon, un blogger della René Cassin, la Hasenson-Gross ha detto che la Dichiarazione universale dei diritti umani è un documento notevole, ma «se la Cina, che ospita un sesto della popolazione mondiale ed è al centro della comunità delle nazioni può beffarsene» allora esso è privo di significato. Ha poi aggiunto: «Se il 70° anniversario della “Dichiarazione” deve servire a qualcosa, ciò consiste precisamente nel ricordarci che, come attivisti per i diritti umani, abbiamo un compito da svolgere per far sì che governi e istituzioni si attengano al dovere di rispettarne i principi».

Ha quindi incoraggiato il pubblico ricordando che gli ebrei hanno una responsabilità speciale e non possono rimanere in silenzio di fronte agli arresti arbitrari e alle deportazioni segrete. L’attivista ha poi aggiunto: «Come individui possiamo anche essere limitati in ciò che possiamo fare, ma siamo tutti in grado di sensibilizzare gli altri su questo problema. Qualsiasi azione, per quanto piccola, dimostrerà che non abbiamo dimenticato il nostro passato».

L’avvocato Amy Woolfson, la cui preoccupazione per gli uiguri in Cina ha cominciato a crescere quando, l’anno scorso, le atrocità hanno iniziato a venire alla luce, citando William Wilberforce (1759-1833), ha detto: «Possiamo decidere di guardare da un’altra parte, ma non possiamo dire non lo sapevamo».

In un articolo per il Jewish News, l’avvocato aveva in precedenza ricordato ai propri lettori che, a proposito del genocidio, gli ebrei non hanno bisogno di essere messi in guardia e ha aggiunto: «Sappiamo che non accade dall’oggi al domani. Sappiamo che inizia con la demonizzazione di una cultura e che poi l’odio e la repressione diventano normali. Poi la gente inizia a scomparire e questo è ciò che sta accadendo oggi in Cina». Woolfson a dunque esortato la comunità ebraica a non rimanere in silenzio. «Io credo che in quanto ebrei abbiamo una responsabilità speciale nel testimoniare quanto sta accadendo e che dobbiamo parlare ogni volta che possiamo».

La dottoressa Rachel Harris, coordinatrice della School of Arts della SOAS (School of Oriental and African Studies) dell’Università di Londra, ha parlato dell’orrore che ha provato la settimana scorsa quando ha appreso che 15 importanti siti religiosi, tra cui alcune moschee, sono stati completamente rasi al suolo o quasi, in particolare ha citato la moschea Imam Asim alla periferia di Hotan, che ora è scomparsa. E ha aggiunto: «I pellegrini venivano da tutta la provincia per pregare in quella moschea. I luoghi sacri uiguri sono fatti oggetto di un crudele tiro al bersaglio».

Rahima Mahmut, cantante, traduttrice, attivista per i diritti umani e oratrice, risiede a Londra mentre i suoi familiari, che vivono tutti nello Xinjiang, hanno interrotto ogni legame con lei per timore di rappresaglie. La donna ha parlato della tragedia che la diaspora uigura sta vivendo: le persone sono tagliate fuori dalla propria terra e dai parenti. Ha quindi ricordato il «dolore insopportabile» provato nel suo lavoro di traduttrice dopo aver ascoltato tante storie che spezzano il cuore e ha aggiunto che gli sforzi compiuti e la necessità di rendere noto quanto sta accadendo le hanno causato un’indicibile sofferenza.

Benji Stanley, rabbino della sinagoga indipendente di Westminster nel centro di Londra, ha detto che la risposta ebraica alla sofferenza dovrebbe consistere nel prendersi cura delle società più indifese. Citando la Bibbia, in particolare i versetti dal 17 al 19 del capitolo 25 del Deuteronomio, ha sottolineato che è compito della comunità ebraica ricordare gli atti malvagi che sono stati perpetrati contro di essa e assicurarsi che ciò non accada ad altri gruppi vulnerabili. Prendendo l’esempio degli ebrei che erano stati colpiti dal nemico durante la lunga marcia fuori dall’Egitto, ha detto che le persone erano maggiormente in pericolo quando distoglievano gli occhi da Dio e cadevano nell’apatia. Il rabbino ha esortato gli ebrei a non essere indifferenti, e ha aggiunto: «Non dobbiamo mai essere apatici nei confronti della condizione dei più vulnerabili e bisognosi», aggiungendo «noi decadiamo quando siamo indifferenti alle loro sofferenze», ricordando al pubblico che un tempo anche gli ebrei sono stati stranieri in una terra straniera. Poi ha supplicato i presenti a non lasciarsi indurre ad apatia e inazione dallo «stillicidio di notizie terribili», aggiungendo: «Non dimenticate che l’ingiunzione di non opprimere lo straniero appare 40 volte nella Bibbia. È facile ricordare la propria sofferenza, ma non quella degli altri».

 

Da sinistra a destra, la dottoressa Harris, il rabbino Stanley e Rahima Mahmut

 

Il pubblico è stato invitato a scrivere ai parlamentari, al Foreign Office, a fare pressione sul governo britannico, su Amnesty International e su altri gruppi per i diritti umani e a essere vicino agli uiguri nella loro sofferenza.

Mia Hasenson-Gross ha concluso dicendo: «Abbiamo la responsabilità di sfidare le guide spirituali a unirsi a noi per affrontare questo problema». Ha poi domandato: «Dov’è l’eredità della Dichiarazione di 70 anni fa che non stiamo ancora rispettando?». Solo poche settimane fa in occasione della Pasqua agli ebrei è stato ricordato che un tempo erano schiavi, ma che ora sono liberi.

Ha dunque esortato i presenti a «estendere quella stessa libertà agli altri».

 

 

 

 

 

 

 

 

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