Jewher Tohti. La questione uigura non è politica ma umanitaria

  

 

Strasburgo – Jewher Tohti ha ritirato dal Parlamento Europeo il premio Premio Sakharov per la libertà di coscienza, assegnato al padre Ilham Tohti, professore universitario e attivista per i diritti della minoranza uiguri, per questo condannato all’ergastolo nel 2014 dalle autorità cinesi.

Venticinquenne, residente negli Stati Uniti, Jewher non vede il padre dal 2013, da quando insieme stavano cercando di lasciare la Cina diretti negli Usa: Ilham è stato arrestato lì, all’aeroporto il 2 febbraio, rilasciato dopo 3 giorni, è stato nuovamente arrestato nel 2014 e questa volta condannato all’ergastolo con le accuse di separatismo, estremismo e promozione della violenza.

Il resto della sua famiglia, che vive ancora nella regione uigura (Xinjiang), ha visto Ilham Tohti in prigione nel 2017, lo stesso anno in cui sono stati istituiti i campi di concentramento per la minoranza islamica uiguri. Da allora del professore non si hanno più notizie: non si sa se è ancora rinchiuso nella stessa prigione, se è stato trasferito, se è in buona salute o se è ancora vivo. La famiglia ha paura di andare a chiedere all’autorità notizie sul professore: ha paura di finire in prigione.

 

Rispetto ai campi di concentramento, dove si stima siano rinchiusi circa un milione di Uiguri, Jewher Tohti racconta alla stampa francese, come, pur sapendo da tempo delle violenze che i Cinesi perpetuano nei confronti della minoranza, non ne avevano le prove. E ottenerle è stato molto difficile. Poi sono state prese le immagini satellitari dei campi, sono trapelati documenti del governo, sono arrivate le testimonianze attraverso l’app TikTok, alle quali si sono aggiunte quelle dei sopravvissuti ai campi, dai quali erano riusciti a fuggire.   Informazioni, afferma Jewher, che combaciano sulle torture, l’indottrinamento, i lavori forzati e gli stupri ai quali sono costretti i prigionieri nei campi.

Ma vivono in estrema difficoltà anche gli appartenenti alla comunità non arrestati: le ragazze, soprattutto, come accade alle coetanee dei paesi limitrofi alla Cina, sono costrette a sposare un cinese, a mangiare carne di maiale, a bere alcolici (loro che sono musulmane), sotto la minaccia di finire sia loro o i loro genitori nei campi.

Jewher ha alcuni contatti in Cina, ma con poche persone: molti le impediscono l’accesso sulle proprie pagine social. “Mi hanno bloccata” racconta, come ha fatto il resto della sua famiglia con la quale non parla dal 2015; “bloccata” anche da loro “perché non hanno avuto scelta o, forse, perché hanno paura, sentimento che capisco perfettamente”.

L’apprensione non solo per il padre ma per tutta la sua famiglia è il primo pensiero di Jewher Tohti che pur avendo incontrato alcuni degli uiguri rifugiati in Europa (che hanno famigliari nei campi) preferisce non condividere la causa con altri gruppi, perché “potrebbe essere pericoloso. Non voglio fare del male alla mia famiglia per un errore involontario”. Preferisce lottare da sola per le sue idee essere “responsabile delle mie stesse parole”.

 

Considera il premio Sakharov “un onore per mio padre” ma soprattutto “una speranza per tutta la comunità uigura”,  che potrebbe portare “consapevolezza in tutto il mondo” e contribuire a ridare “la libertà alla mia famiglia e a tutti gli uiguri” in prigione. Altrettanto importante ritiene la decisione degli Stati Uniti d’imporre sanzioni contro alti funzionari cinesi dello Xinjiang, un gesto che potrebbe essere imitato da altri Governi.

Ma per Jewher non è abbastanza, né sarà mai abbastanza “fino a quando ogni persona non verrà rilasciata”. Giudica la persecuzione alla comunità islamica “una delle peggiori dalla seconda guerra mondiale in poi. Dunque non è una questione politica: “La politica non m’interessa – incalza Jewher – è una questione di umanità. La storia si ripete. E questo deve cambiare”.

 

Fotografie dall’alto: 1 e 3 – Strasburgo, Parlamento Europeo, 18 dicembre 2019 – Jewher Tohti mentre ritira il premo Sakharov e in basso col il presidente  David Sassoli; 2) Ilham Tohti, condannato all’ergastolo nel 2014 

 

 

 

 

 

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