USA e Canada dicono basta al genocidio

 

Il 2020 avrebbe potuto essere l’anno della svolta per la risoluzione della questione della uigura. La diffusione di notizie sui campi di internamento, gli Acts degli USA e il riconoscimento del crimine di genocidio sono passi avanti verso la presa di consapevolezza a livello mondiale sulle condizioni del popolo uiguro. Ma, per adesso, la Cina nega tutte le accuse, non accetta le critiche e ne esce ancora impunita.

 

Le reazioni della comunità internazionale

Nel luglio 2019 gli ambasciatori di 22 nazioni (tra cui Australia, Canada, Francia, Giappone e Regno Unito) hanno inviato una lettera al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite per sollecitare la chiusura dei campi di internamento della maggioranza uigura nello Xinjiang. A pochi giorni di distanza 37 Paesi, tra cui Arabia Saudita, Egitto, Russia, Corea del Nord, Filippine, Pakistan, Iran, Siria e Palestina (Stati con posizioni politiche e forti interessi economici che li legano a Pechino) hanno replicato con una lettera a sostegno delle scelte politiche attuate dalla Cina in Xinjiang.

Gli USA

Ma sono gli Stati Uniti, nel 2020, ad aver preso per primi effettive posizioni: hanno varato il “Uyghur Human Rights Policy Act”, diventato poi legge con la firma dell’uscente presidente Donald Trump, e lo “Uyghur Forced Labor Prevention Act”. Con quest’ultimo si instaura la presunzione legale secondo cui qualsiasi prodotto realizzato nella regione dello Xinjiang o confezionato lì derivi da lavoro forzato. Quindi, si porrebbe il divieto di importare materiale proveniente dalla zona, a meno che non si dimostri il contrario.

 

 

Un genocidio

Ancora più recente è invece l’audace dichiarazione della Sottocommissione canadese per i Diritti Internazionali dell’Uomo, che ha definito ciò che sta accadendo all’etnia uigura un vero e proprio genocidio. La Sottocommissione ha poi esortato la propria nazione ad adottare adeguate misure, come assumere una posizione di condanna nei confronti della Cina e collaborare con le organizzazioni impegnate sulla questione. D’altro canto la Cina, che da sempre nega tutte le accuse, anche questa volta ha dichiarato l’insussistenza dei fatti.

..che non cesserà presto

Durante la prima telefonata ufficiale tra il presidente statunitense Joe Biden e l’omologo cinese, avvenuta nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 2021, il capo della Casa Bianca ha espresso la preoccupazione degli USA per la «violazione dei diritti umani» nello Xinjiang. La netta replica di Xi Jinping: «Si tratta di affari interni che riguardano la sovranità e l’integrità territoriale della Cina. Gli Stati Uniti dovrebbero rispettare gli interessi fondamentali della Cina e affrontare tali questioni con prudenza», sembra non lasciare spazio ad alcuna discussione in merito.

 

Resta palese che si sia di fronte a un atteggiamento ambiguo e non univoco da parte della comunità internazionale, in parte interessata a salvaguardare i propri interessi nello Xinjiang e i propri rapporti politici ed economici con la Cina. Nonostante sia indubbia la crescente attenzione riservata al problema, ancora non è chiaro se sarà possibile trovare una soluzione tale da far cessare le violazioni umanitarie verso l’etnia uigura. Nel frattempo, però, la Cina continua ad operare liberamente e  nulla ostacola il protrarsi dei soprusi nei confronti delgli uiguri.

 
 
 
 
 
 
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