Il massacro di Gulja nella Cina nordoccidentale

La brutale repressione di Pechino contro gli Uiguri


Quadro generale

Il 5 febbraio 1997 le agenzie di stampa riferivano di gravi disordini nella città di Gulja (in cinese Yining, distretto di Ili) nella provincia autonoma dello Xinjiang nella Cina nordoccidentale. Subito le autorità cinesi s'impegnavano ad occultare le reali dimensioni e l'occasione degli scontri. Secondo Pechino, gruppi di Uiguri musulmani avevano attaccato le forze di polizia e gli immigrati cinesi Han, uccidendo nove persone e ferendone più di 200. Soltanto vari giorni dopo si comprese che il numero delle vittime era notevolmente superiore, e che gli scontri erano stati provocati da un'ondata di arresti da parte della polizia cinese.

Ai gravi incidenti si era giunti quando parenti ed amici avevano manifestato per la liberazione di centinaia di giovani musulmani arrestati la notte precedente, in occasione della festa del Ramadan, mentre si erano riuniti in case private per la tradizionale preghiera collettiva. Nella sanguinosa repressione della protesta furono uccise più di 100 persone, ed altre centinaia rimasero ferite. Almeno 52 persone di etnia uigura sono state in seguito condannate a morte, e giustiziate, per la loro presunta partecipazione ai disordini. Le pene sono state inflitte agli imputati con procedimenti sommari o con processi-spettacolo contrari ad ogni principio processuale degli Stati di diritto. L'esecuzione della condanna a morte di altri cinque condannati fu sospesa; almeno 90 Uiguri sono poi stati condannati a pene detentive, nella maggior parte dei casi a molti anni di reclusione.

Dopo l'esplosione dei disordini furono arrestati 4.000 abitanti della città. Fu temporaneamente imprigionato almeno un terzo degli uomini adulti di etnia uigura abitanti a Gulja. Tutte le abitazioni degli Uiguri furono perquisite dalle forze di sicurezza cinesi. Secondo testimonianze oculari le condizioni della detenzione, nelle carceri sovraffollate e nei campi di prigionia improvvisati, divennero catastrofiche. Anche innumerevoli donne furono arrestate e violentate nelle prigioni o nelle stazioni di polizia. Molte "confessioni" furono ricavate con la tortura. Almeno 14 arrestati morirono sotto tortura, o a causa della tortura. Ai parenti dei torturati, dei giustiziati e delle persone uccise senza processo furono negati i cadaveri dei loro cari ed una loro dignitosa sepoltura.

Si decretò poi, sotto la minaccia di pene draconiane, che la popolazione dovesse mantenere un assoluto silenzio sullo svolgimento dei disordini. Chi ha trasgredito a quest'ordine ed ha messo a disposizione dei giornalisti le proprie informazioni sull'effettivo andamento del massacro, è stato condannato a lunghe pene detentive. Per nascondere la sanguinosa repressione dei disordini, più di 40.000 appartenenti alle forze di sicurezza isolarono ermeticamente Gulja dal resto del mondo (Hongkong Ping Kuo Jih Pao, 19.4.1997). Ancora diversi mesi più tardi i giornalisti stranieri giunti nella città in incognito, per indagare sulle reali dimensioni della repressione, venivano arrestati senza indugio ed espulsi dal circondario di Ili. Il Governo cinese aggravò le misure repressive contro i Musulmani uiguri. Le moschee e le scuole coraniche furono chiuse, gli insegnanti licenziati, i giovani espulsi dalle scuole. Vi furono anche arresti per "attività religiose illegali". Il massacro di Gulja ha per gli Uiguri una portata simile a quella del massacro del 1989 sulla piazza della Pace Celeste (Tien An Men) di Pechino per il movimento democratico cinese. I due episodi sono accomunati dal fatto che i responsabili dell'apparato cinese di sicurezza non sono mai stati chiamati a risponderne; e dal fatto che le autorità rifiutano rigidamente di render noti il numero delle vittime ed il reale svolgimento dei fatti. Ancora nel 1999 varie persone di etnia uigura sono state giustiziate per la presunta partecipazione agli scontri. Parecchie dozzine di Uiguri dovranno scontare decenni di carcere per la loro protesta contro l'arbitrio delle forze di sicurezza cinesi. Ma con la continuativa, sistematica e brutale repressione della religione e cultura degli Uiguri il Governo cinese fa un passo avanti nella spirale della violenza nel Turkestan Orientale (l'originario nome uiguro della provincia; ché gli Uiguri rifiutano generalmente il nome "Xinjiang" - terra nuova - usato dopo l'occupazione cinese).

 

Richieste

L'Associazione per i Popoli Minacciati si appella al Governo cinese, chiedendo:
1) di rilasciare senza indugio e senza precondizioni tutti gli Uiguri arrestati a Gulja prima, durante e dopo il massacro, mentre esercitavano la propria libertà di religione o di dimostrazione;
2) di amnistiare tutti gli altri Uiguri arrestati dopo il massacro. In considerazione del mancato rispetto nei processi dei principi dello Stato di diritto, questa sarebbe l'unica misura in grado di impedire un ulteriore aggravamento della violenza nella provincia;
3) in caso di mancata concessione dell'amnistia, di riaprire i processi; affinché possano svolgersi in modo regolare;
4) di rendere immediatamente noto l'effettivo bilancio del massacro, e di chiamare i responsabili a risponderne di fronte a un tribunale;
5) di riabilitare prima possibile le vittime dei processi ingiusti, e di indennizzare i sopravvissuti ed i familiari delle persone uccise;
6) di interrompere immediatamente la politica di criminalizzazione dei movimenti per i diritti umani e per la democrazia nello Xinjiang;
7) di cessare immediatamente le esecuzioni capitali degli oppositori uiguri (gli Uiguri sono l'unico gruppo di prigionieri politici cui è sistematicamente applicata la pena di morte);
8) di assicurare il libero accesso nella provincia dello Xinjiang alle organizzazioni per i diritti umani ed ai giornalisti;
9) di porre fine all'insediamento nello Xinjiang di immigrati cinesi;
10) di attuare nei fatti l'autonomia nominalmente accordata alla "Regione Autonoma dello Xinjiang";
11) di coinvolgere nello sviluppo economico la popolazione di antico insediamento.

Il massacro

Lo svolgimento dei fatti di Gulja può essere ricostruito in base a varie testimonianze oculari e a ciò che ha riferito la stampa. Sul numero dei morti, tuttavia, le stime differiscono notevolmente. L'APM ritiene che si possa parlare con sicurezza dell'uccisione di almeno 100 persone. Nella ventisettesima notte del Ramadan, la "santa notte" (Leyletul-Qadr), le forze di sicurezza cinesi fecero irruzione nelle abitazioni private. Nonostante il divieto ufficiale, ragazzi e ragazze vi si erano radunati per la tradizionale preghiera comune. A seguito di perquisizioni sistematiche casa per casa, decine di fedeli musulmani furono arrestati arbitrariamente e senza indicarne il motivo. Molti, fra le giovani e i giovani arrestati, appartenevano al movimento "Meshrep", che con mezzi pacifici vuole salvaguardare la tradizione, la cultura e la religione degli Uiguri.

Il giorno seguente, 5 febbraio 1997, parenti ed amici si radunavano di fronte alle autorità per chiedere il rilascio degli arrestati. Testimoni oculari riferiscono che la polizia inizialmente cercò di disperdere la folla con getti d'acqua. Poiché in quel momento, sempre secondo tali testimonianze, il freddo era glaciale, con una temperatura tra i 20 ed i 30 gradi sotto zero, 146 persone sarebbero morte assiderate sotto i getti d'acqua degli idranti. Secondo altre indicazioni, tra 300 e 400 persone, completamente bagnate, sarebbero state trattenute per due ore dalle forze di sicurezza (vedi Rapporto di Amnesty International). Numerose persone accusarono congelamenti e negli ospedali si dovettero amputare loro dita, mani e piedi. Giovani uomini e donne arrestati sarebbero stati costretti a camminare scalzi nella neve. Quando uno dei fermati, un giovane di nome Abdu Gani, criticò il modo in cui erano trattenuti i dimostranti, i poliziotti aizzarono contro di lui i cani.


Ablimit Tursun, fuggito da Gulja e rifugiato in Germania dal 1999, così racconta la dimostrazione del 5 febbraio 1997: "Quella mattina mi recai a casa di un amico per avere informazioni sulla sorte di mio fratello Abdirishit, di cui non avevo più notizie. Ad un tratto vidi ad un incrocio un assembramento di un centinaio di giovani Uiguri. Un'ora dopo, c'erano circa mille persone. Un Uiguro di nome Ablajan alzò la voce e disse ai dimostranti: "Assalamu Aleykhum! Cari fratelli, molti dei nostri fratelli uiguri sono stati arrestati una settimana fa; ed altri arresti sono stati eseguiti la notte scorsa. Per questo io penso che si debba andare al posto della polizia e richiedere la loro liberazione". Mentre diceva queste parole, fu colpito da una pallottola e cadde dal podio su cui si era arrampicato per parlare alla folla. Mentre i dimostranti si diressero al posto di polizia, alcuni Uiguri portarono il ferito in ospedale. Costoro riferirono che gli ospedali "Hsinhua" ed "Amicizia" si rifiutarono di ricoverare il ferito, che soltanto quattro-cinque ore dopo l'attentato fu condotto all'Ospedale Nazionale, dove i medici uiguri poterono soltanto constatarne l'avvenuto decesso. La salma di Ablajan fu avvolta in un sudario di lino e portata alla sua casa. Sulla strada la polizia fermò il corteo e cercò di farsi consegnare la salma; ma non vi riuscì per l'opposizione degli Uiguri. Al funerale, che si svolse il seguente 8 febbraio in presenza di massicce misure di sicurezza, presero parte circa 15.000 Uiguri".

Il 6 febbraio vi furono ulteriori manifestazioni, durante le quali pare vi siano stati anche scontri fra Uiguri ed immigrati cinesi di etnia Han. Secondo notizie non confermate, la polizia avrebbe sparato a casaccio sui dimostranti. Gli Uiguri avrebbero causato scontri di piazza con le forze di sicurezza ed avrebbero anche aggredito i coloni cinesi. Secondo testimonianze oculari, negli scontri sarebbero rimasti uccisi almeno 200 dimostranti e 100 immigrati cinesi.

Fra i testimoni vi fu Parhat Niyaz, che dopo la fuga negli Stati Uniti dichiarò all'APM: "Dozzine e dozzine di giovani uomini e donne vennero arrestati durante le preghiere della notte sacra del Ramadan. Con manifestazioni pacifiche, il 5 ed il 6 febbraio parenti ed amici ne chiesero la liberazione. Durante le marce di protesta del 5 febbraio la polizia e l'esercito impiegarono gas lacrimogeno ed idranti per sciogliere la dimostrazione. Non ottenendo i risultati desiderati, dopo alcune ore si misero a sparare. Centinaia di persone rimasero ferite e più di 500 uiguri furono arrestati. Per via del gran freddo 146 persone morirono assiderate nei loro vestiti. 90 persone furono uccise di botte il primo giorno della dimostrazione.

Il secondo giorno militari cinesi armati di mitragliatrici aprirono il fuoco sulla folla manifestante ed uccisero 160 dimostranti. Complessivamente furono uccise 400 persone, ne furono ferite alcune centinaia e migliaia vennero arrestate, tutte di etnia uigura. La prima vittima di un proiettile cinese fu una bambina uigura di otto anni, di nome Fatima, che chiedeva la liberazione di suo padre. Anche una donna incinta venne uccisa: Gulzira era venuta per reclamare suo marito prigioniero. Nello stesso giorno, tutti e sei i membri della famiglia di Yakup-Haji, della località di Juliza (a 15 miglia da Yining), vennero uccisi durante il massacro di Yining. Tutta la città era circondata dalle forze armate. Il governo cinese dislocò 30.000 soldati da Gansu a Yining. Sommando gli effettivi della guardia nazionale, della polizia, del distretto militare regionale, per ogni persona di etnia uigura ci sono quattro militari armati.

La Cina informò il presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbayev, dei massicci movimenti militari nella città di confine. Yining si trova a soli 70 km dal confine con il Kazakistan. Tutte le forze paramilitari Bingtuan vennero armate e preparate per un'eventuale azione (N.d.R.: Nella lingua locale con "Bingtuan" viene designata la "Xinjiang Production and Construction Corps", che negli anni 50 con aiuti statali iniziò a impiantare grandi aziende agricole e industriali, che impiegano prevalentemente Cinesi Han. Decine di migliaia di Cinesi vennero insediati nella provincia per spostare la struttura demografica a favore della Cina e per garantire la sicurezza nella regione di frontiera. Soltanto il 1° gennaio 1999 il dirigente del Corp, Zhang Wenyuei, dichiarò alla China News Agency che il compito più importante del Corp è "assicurare la stabilità nello Xinjiang").

Il 90 per cento delle famiglie uigure di Yining avevano almeno tre familiari imprigionati. Molti prigionieri riferirono di essere stati picchiati più volte al giorno e di aver ottenuto razioni di cibo insufficienti (due fette di pane al giorno). Quando alle quattro di pomeriggio inizia il coprifuoco, Yining diventa molto pericolosa. I soldati hanno l'ordine di sparare a chiunque non si fermi. Un'ottantina di mezzi blindati delle forze armate pattugliano la città 24 ore su 24. Col decreto segreto N. 175 il governo cinese vietò ogni interrogazione dei testimoni e la diffusione di qualsiasi informazione riguardante lo svolgimento del massacro. Inoltre venne vietato ai familiari di visitare i parenti imprigionati..."

Le gravi violazioni dei diritti umani: un bilancio

Omicidi "extralegali"

Oggi si può solamente ipotizzare quante persone siano state uccise a Gulja durante le dimostrazioni. Le stime si aggirano intorno ai cento morti. Gli esuli uiguri parlano invece di 400 morti. Oltre all'uccisione della bambina Fatima, della donna incinta Gulzira (vedi il resoconto del testimone oculare Parhat Niyaz, sopra) e dell'uiguro Ablajan (vedi sopra) altre persone furono uccise nelle rappresaglie delle forze di sicurezza. Abdusalam, uno dei dirigenti del movimento Meshrep, venne arrestato l'8 marzo 1997, dopo tre mesi di clandestinità a Gulja. Dopo quattro giorni le autorità cinesi ne consegnarono il cadavere al fratello Ablehet Haji intimandogli: "Seppellisca suo fratello in silenzio e di nascosto. Non informi nessuno della sua morte. Se qualcuno viene a sapere della sua morte, Le toccherà lo stesso destino." Secondo affermazioni delle autorità cinesi, Abdusalam si sarebbe suicidato buttandosi da un edificio. Al momento di lavare la salma i parenti scoprirono che gli mancavano sei denti e le unghie delle dita dei piedi e delle mani. Tutto questo indica che Abdusalam è stato torturato durante la prigionia e che non ha commesso suicidio.

In seguito a un processo sommario, in cui il 24 aprile 1997 tre uiguri erano stati condannati a morte ed altri 27 condannati a pene detentive, un autocarro scoperto trasportò gli imputati attraverso la città. Parenti e amici si riunirono intorno al veicolo per salutare i condannati. Quando la folla iniziò a gridare "Dio è grande", "Arrivederci", "Dio vi aiuterà" e "La verità vincerà", le forze armate cinesi aprirono il fuoco sulla folla circostante. Sotto la pioggia di proiettili tre uiguri morirono e dieci rimasero feriti (Reuters, 28.07.99 / East Turkestan Information Center, ETIC, 4/29). Le autorità giustificarono la brutalità dell'azione con la pericolosità della folla, che cercava di liberare i prigionieri (dpa, 28.04.1994).

Esecuzioni
Le autorità cinesi punirono la protesta degli uiguri contro gli arresti arbitrari di fedeli islamici con una serie di esecuzioni capitali, che proseguirono fino al 1999. A partire dal febbraio 1997, 52 presunti responsabili delle azioni di protesta sono stati condannati a morte e giustiziati. Vennero condannate a morte almeno altre 5 persone; fino ad ora le relative condanne non sono state eseguite.

Presumibilmente molti altri Uiguri sono stati giustiziati per la loro partecipazione alle dimostrazioni. In molti casi, infatti, le autorità cinesi rifiutano di render note le motivazioni delle condanne a morte. Secondo la maggior parte delle informazioni sull'esecuzione di oltre 180 condanne a morte a partire dal febbraio 1997, gli Uiguri condannati sono imputati in blocco di "separatismo" e di "attività religiose illegali". L'agenzia di stampa France Presse, già il 12 febbraio 1997, riferiva che secondo testimonianze oculari circa 100 Uiguri erano stati condannati a morte con procedimenti sommari e quindi giustiziati. Poiché questa notizia non ha ancora potuto ricevere conferme indipendenti (a causa della politica delle autorità cinesi, restrittiva nei confronti dell'informazione), questi numeri non sono presi in considerazione nella seguente lista di violazioni dei diritti umani.

- Il 24 aprile 1997 tre Uiguri (Aishan Maimati, Yusuf Tursun, Ibrahim Kasim) sono condannati a morte nello stadio di Gulja, dopo un processo sommario tenutosi di fronte a 5.000 spettatori. L'accusa: "incendio doloso, danneggiamento e ferimento" (CNN, 26.4.1997). A conclusione del processo, i tre condannati sono stati subito giustiziati nei pressi della città.
- Altri tre Uiguri sono condannati e giustiziati l'11 giugno 1997, per aver partecipato alle manifestazioni di Gulja (ETIC, 11.6.1997).
- 14 Uiguri sono giustiziati il 24 giugno 1997, per la loro presunta partecipazione ai disordini (Rapporto di Amnesty International, pag. 59)
- Il 22 luglio 1997 altri sette Uiguri (Alimjan Yolvas, Abdurehim Memet, Jappar Talet, Memetjan Nurmenet, Hesenjan Imin, Sidik Rozi, Abdurehim Tudahun) sono giudicati con processo sommario nello stadio di Gulja, e giustiziati, sempre per aver partecipato ai disordini. L'esecuzione della condanna a morte di altri tre Uiguri è stata invece sospesa. (Reuters, AFP, 22.7.2997).
- Il 29 dicembre 1997 tredici Uiguri sono condannati a morte da un tribunale di Urumqi per "omicidio, aggressioni a scopo di rapina e traffico di droga" in collegamento con gli scontri di Gulja. Secondo le testimonianze dei loro familiari, era stato negato ogni contatto degli imputati con le loro famiglie, ed era stata loro impedita un'adeguata assistenza legale. (Reuters, 12.1.1998 / Xinjiang Legal Daily, 12.1.1998).
- Nel mese di ottobre del 1998 un gruppo di giovani è condannato a morte per "rivolta antigovernativa armata". Dei condannati facevano parte anche Abdusalam Shamseden e Abdusalam Abdurahman. Non è finora noto se le condanne siano state eseguite (Rapporto di Amnesty International, pag. 61)
- Il 22 gennaio 2999 un Uiguro è condannato a morte per "sobillazione della popolazione, furto ed attività sovversive". L'esecuzione della condanna è sospesa (Reuters, 22.1.1999).

- Tra il 27 ed il 29 gennaio 1999 dieci Uiguri (Alim Yakup, Ibrahim Ismail, Abdushkur Nurullah, Nurmemt Ismail, Aysayan Musajan, Rozi Keyum, Abulet Osman, Ablumit Mahmut, Abdurahim Aysa, Abdulkarim Aburahim) sono condannati e giustiziati a Gulja per vari delitti politici (AFP, 1.3.1999 / Reuters, 10.2.1999). Un altro Uiguro è condannato a morte, ma l'esecuzione è sospesa.

Il 28 gennaio 1999 è nuovamente inflitta (ed eseguita) la condanna a morte di due Uiguri (Yibulayin Simayi, Abudureyimu Aisha), condannati entrambi per "sobillazione della popolazione" e di molti altri delitti. Il giornale "Ili Evening News" descrive Simayi come il capo della protesta di Gulja e come uno dei criminali più ricercati della Cina (Reuters, 5.2.1999). Spesso i familiari dei condannati non sono stati informati della prevista esecuzione, o ne sono stati informati solo pochissimo tempo prima. In molti casi le autorità hanno rifiutato ai familiari il permesso di seppellire le salme dei loro congiunti. Molti degli accusati sono stati condannati a morte in processi-spettacolo od in procedimenti sommari contrari ad ogni principio dello Stato di diritto. Oltre al pregiudizio diffuso dai mezzi di comunicazione sotto controllo statale, gli imputati criticavano soprattutto il fatto che si è regolarmente impedito loro di rivolgersi ad avvocati per la difesa delle proprie posizioni processuali.

Lunghe pene detentive per i dimostranti
Almeno 90 Uiguri sono stati condannati a lunghi periodi di detenzione per gli scontri di Gulja:
- Il 24 aprile 1997 27 persone sono stati condannate a pene comprese tre i 17 anni di detenzione ed il carcere a vita (CNN, 26.4.1997).
- Sette Uiguri sono condannati al carcere a vita il 22 luglio 1997; l'imputato Rahmatjan, sedicenne, è condannato a 18 anni di carcere, ed altre nove persone sono condannate alla reclusione fino a 15 anni in un processo sommario davanti a quattromila spettatori nello stadio di Gulja, trasmesso anche in televisione (Reuters, 28.7.1997 / AFP, 28.7.1997).
- Tra marzo ed aprile 1998 Iminjan, insegnante ventottenne, e Turgan Tay, negoziante ventisettenne, sono condannati a dieci anni di carcere per "attività religiose illegali" (Rapporto di Amnesty International, p. 37).
- Il 22 gennaio 1999 un tribunale condanna un Uiguro al carcere a vita per la sua partecipazione ai disordini. Ad altre 27 persone sono inflitte pene detentive più brevi (Reuters, 22.1.1999)
- Tra il 27 ed il 29 gennaio 1999 due Uiguri sono condannati al carcere a vita; ed altre 14 persone a pene detentive anche lunghe (Reuters, 10.2.1999).

Dopo i disordini, quattromila Uiguri sono stati arrestati e trattenuti per qualche tempo in prigione. Molti di costoro sono stati liberati solo dopo aver preso parte alle misure di "rieducazione" volute dalle autorità (Ili Evening News, 3.6.1998).

Torture e violenze in carcere

Nelle carceri la tortura è all'ordine del giorno. Alcuni accusati sono stati torturati in modo così pesante da non potersi quasi muovere durante il processo. I familiari di un diciassettenne arrestato hanno riferito ad Amnesty International che le celle erano talmente piccole, che i prigionieri potevano dormirvi soltanto a turno. Quando i guardiani entravano nelle celle, i detenuti erano picchiati. Secondo queste testimonianze, nei centri per gli interrogatori sarebbe sistematico il ricorso a torture: si strapperebbero le unghie dalle mani e dai piedi degli interrogati, si praticherebbe loro l'elettroshock, si costringerebbero gli stessi a stare in piedi per ventiquattr'ore di seguito (Rapporto di Amnesty International, p. 45). L'insegnante Iminjan fu costretto a stare scalzo nella neve per ore, e riportò un grave congelamento. Oltre a ciò, gli furono gettati addosso secchi d'acqua gelida nel pieno dell'inverno. L'ex-giornalista Nizamidin Yusayin morì in stato di fermo di polizia il 7 aprile 1998, dopo che i poliziotti lo avevano picchiato per estorcergli una confessione. Yusayin era stato accusato di aver nascosto alcuni Uiguri ricercati con mandati di cattura dopo le manifestazioni di Gulja. Fino a 14 persone morirono in prigionia in conseguenza delle torture.

La giovinetta uigura Zeynep fu violentata più volte dai poliziotti dopo il suo arresto, avvenuto il 4 febbraio 1997 mentre stava pregando in un'abitazione privata. Zeynep riferì le violenze nelle lettere spedite agli amici. Quando Zeynep, per le violenze subite, perse l'equilibrio psichico, fu rilasciata senza avvisare la famiglia. Disorientata, la ragazza vagò due giorni per Gulja, finendo uccisa in un incidente stradale. L'autopsia dimostrò che era incinta al secondo mese.

L'impossibilità di verifiche indipendenti

Non è purtroppo finora possibile controllare la veridicità delle testimonianze oculari sul massacro attraverso ricerche in loco di osservatori indipendenti. Le autorità cinesi sono decise a coprire con un manto di silenzio i disordini di Gulja e negano alle organizzazioni per i diritti umani ed ai giornalisti la possibilità di investigazioni indipendenti nel circondario di Ili.

Così l'11 aprile 1997 fu arrestata a Gulja una troupe cinematografica della BBC che in segreto stava intervistando sul massacro gli abitanti della città. I giornalisti avevano fatto il loro ingresso dal Kazakistan, muniti di visto turistico. Secondo fonti della stessa polizia cinese, l'accompagnatrice kazaka dei giornalisti britannici fu picchiata dai poliziotti cinesi. Tutte le pellicole sono state sequestrate. Dopo dieci giorni di arresto e numerosi interrogatori, la troupe fu espulsa verso il Pakistan. Successivamente all'espulsione dei giornalisti, molti delle persone da loro intervistate furono arrestate. Hamit Mejit, e così anche i commercianti Kasim Haji e Shevket Tursun, furono condannati a pene oscillanti fra i 15 ed i 18 anni di reclusione per aver parlato con giornalisti stranieri od aver messo a loro disposizione informazioni sul massacro.

Non andò meglio alla giornalista taiwanese Lee Fu-chung, che nell'estate 1998 aveva pensato di utilizzare la visita di una fiera nella capitale provinciale, Urumqi, per recarsi a Gulja ed indagare sui retroscena del massacro. Fu arrestata immediatamente dopo il suo arrivo, ed espulsa verso Taiwan solo parecchi giorni dopo (South China Morning Post, 2.9.1998).

Le autorità cinesi agirono con tutta la durezza possibile anche nei confronti dei giornalisti cinesi che non avevano osservato il silenzio comandato dallo Stato sulle reali misure della protesta. Così la giornalista televisiva Medinay Bahadir fu costretta nel 1999 a lasciare la Cina, in quanto sospettata di aver fornito immagini del massacro ed altre informazioni alle organizzazioni uigure in esilio. Medinay Bahadir, in qualità di corrispondente ad Urumqi della televisione di Stato cinese, era stata incaricata, insieme ad un cineoperatore, di riprendere la protesta di Gulja. In considerazione della brutale repressione la giornalista decise di mettere a disposizione delle organizzazioni uigure all'estero le proprie informazioni sulle violazioni dei diritti umani. Quando l'apparato cinese della sicurezza cominciò ad avere dei sospetti, Medinay Bahadir fuggì in Germania e richiese l'asilo politico. Anche il cineoperatore che l'aveva accompagnata a Gulja, nel frattempo, si rifugiava all'estero.

L'aggravarsi della violenza dopo il massacro

Il massacro di Gulja ebbe per conseguenza un aggravamento della violenza nel Turkestan Orientale. In varie località della Cina vi furono attentati con ordigni esplosivi, che furono attribuiti agli estremisti uiguri. Poliziotti ed altri rappresentanti dello Stato cinese furono assassinati. La brutale repressione da parte delle forze di sicurezza cinesi, ed il trattamento disumano riservato alla popolazione di Gulja, hanno ridotto le possibilità di una soluzione pacifica del conflitto che da lungo tempo contrappone il governo cinese e gli Uiguri che lottano per una maggiore autonomia.

In considerazione delle proteste anche violente degli estremisti uiguri, dopo il massacro di Gulja le forze di sicurezza cinesi intensificarono la repressione. Il presidente del Governo della Provincia, Abduhalat Abdurixit, ed il segretario del Partito Comunista dello Xinjiang, Wang Lequan, fecero pubblici appelli alla lotta contro il "separatismo". Dopo gli attentati degli estremisti uiguri, dichiararono: "Il Partito ed il Governo non dimenticheranno. Il popolo non dimenticherà." (South China Morning Post, 21.8.1997). Il presidente del Congresso del Popolo dello Xinjiang, Amudun Niyaz, pretese addirittura di affermare: "La lotta contro il separatismo è un imperativo assoluto ed andrà condotta con i metodi con cui si combattono i parassiti del cotone". (AFP, South China Morning Post, 3.7.1997).

Furono sistematicamente criminalizzate anche le persone pacificamente impegnate nella conservazione delle tradizionali cultura e religione del Turkestan Orientale. Anche costoro sono vittime di violazioni dei diritti umani. Dal febbraio 1997, per esempio, non solo sono state condannate a morte (e giustiziate) 52 persone per aver partecipato agli scontri di Gulja; ma altri 180 Uiguri risultano condannati a morte in tutta la regione. Secondo fonti ufficiali, soltanto nel 1998 ben 140 Uiguri sono stati arrestati per "attività religiose illegali" (Reuters, 15.4., 22.2.1999). Dopo i disordini di Gulja la libertà di culto è stata nuovamente limitata. Sono state per esempio chiuse 133 moschee, e sciolte 105 scuole coraniche non autorizzate. (AP, 26.6.1997 / FR, 28.6.1997). Gli insegnanti sospettati di appoggiare il "separatismo musulmano" furono licenziati. Cinquecento studenti furono espulsi dalle scuole (AP, 26.6.1997). Nel circondario di Ili le forze di sicurezza furono particolarmente rinforzate. Ad esempio, nel gennaio 1997 8.660 poliziotti appartenenti alle forze d'intervento speciale furono stanziati a Gulja in modo permanente (AFP, 4.2.1999). Nel circondario furono istituiti 33 nuovi posti di polizia e furono rinforzati i ranghi con 456 poliziotti ausiliari (AP, 29.8.1998).

Durante i disordini di Gulja vi furono sicuramente Uiguri che commisero atti di violenza, che dovevano essere repressi penalmente. Tuttavia è particolarmente evidente il contrasto fra il trattamento riservato agli Uiguri e quello degli agenti delle forze di sicurezza responsabili del massacro. Nonostante le innumerevoli violenze, finora né un poliziotto, né un soldato sono stati chiamati a rispondere delle gravi violazioni commesse nei confronti dei diritti umani.

La criminalizzazione della comunità islamica

Il Governo cinese cerca sistematicamente di criminalizzare la resistenza degli oltre sette milioni di Uiguri e degli altri popoli del Turkestan Orientale contro la repressione della loro religione, la devastazione della loro terra e la distruzione della loro cultura. Chi nello Xinjiang prende posizione per i diritti umani e denuncia il mutamento della demografia a favore dei Cinesi Han, che vengono insediati nella regione con l'aiuto dello Stato, viene categoricamente demonizzato come "nazionalista islamico" e "separatista", e perseguito penalmente. Ogni discussione aperta sui diritti della popolazione autoctona è in tal modo resa impossibile.

L'assurdità dell'attribuzione di tutti i disordini agli "estremisti islamici" risulta chiara da una semplice occhiata alla struttura etnica della provincia. Diciassette gruppi etnici diversi vivono oggi lungo l'antica via della seta, che faceva tradizionalmente da ponte tra Oriente ed Occidente. Si riconoscono nella religione islamica i seguenti popoli turcofoni: Uiguri, Kazaki, Usbechi, Kirghisi e Tatari; più i Tagichi, di lingua indoeuropea, e gli Hui, che parlano cinese. Mongoli, Manciù, Tibetani ed Uiguri Gialli sono buddisti; i Russi sono cristiani ortodossi. Questi popoli stavano cercando insieme di impedire l'estinzione strisciante delle loro nazioni e si stavano impegnando per la democrazia, per i diritti umani e per l'autodeterminazione. Quanto più disperata sarà la loro lotta, tanto più frequentemente si giungerà ad atti di terrorismo. La maggioranza delle persone, nel Turkestan, rifiuta la violenza terroristica come mezzo per imporre le proprie richieste; ben sapendo che la resistenza armata porterebbe i loro popoli all'estinzione. Dopo il massacro di Gulja il Turkestan Orientale ha percorso un passo avanti nella spirale della violenza. Solo se le autorità cinesi chiameranno finalmente i responsabili del massacro a rispondere delle proprie responsabilità, e solo se renderanno nota la reale portata del massacro, la situazione nel Turkestan Orientale si potrà acquietare e sarà possibile un equilibrio pacifico fra tutte le etnie.

Il movimento Meshrep

Nel 1994 un gruppo di Uiguri ha dato vita al movimento "Meshrep", allo scopo di rivitalizzare le forme tradizionali di attività sociale comunitaria. Per esempio, ragazzi e ragazze si riunivano per suonare insieme, per discutere, per pregare e per preservare i tradizionali valori culturali, sociali e religiosi degli Uiguri. Il movimento ebbe notevole affluenza e raggiunse sempre più settori della vita sociale. Nacquero persino associazioni calcistiche affiliate al Meshrep. Negli incontri erano vietati il fumo, l'alcool e le droghe. Inizialmente l'amministrazione cittadina di Gulja sostenne il movimento, vedendovi un efficace modo di lotta alla narcocriminalità in costante crescita, ed alle catastrofiche conseguenze della disoccupazione giovanile. Ma quando il Meshrep divenne un vero e proprio fenomeno sociale, le autorità cominciarono a temerne la crescente influenza.

Pochi giorni l'elezione a capo del Meshrep di Abduhelil Mollakhun, uno dei fondatori del movimento, avvenuta il 30 aprile 1995, la polizia lo fece convocare. Sebbene non gli si potesse imputare alcuna colpa, gli fu chiaramente fatto capire che il Meshrep non solo non avrebbe più goduto dell'appoggio delle autorità, ma che avrebbe anche dovuto temere interventi dello Stato. Il 13 Agosto 1995Abduhelil fu arrestato insieme a due suoi collaboratori, per motivi che non furono resi noti. Cinque giorni più tardi le autorità vietavano il movimento Meshrep.

Abduhelil, per protestare contro il proprio arresto, cominciò lo sciopero della fame. Quando, dopo tre giorni, perse conoscenza, fu ricoverato in ospedale. Poichè la sua salute visibilmente non era migliorata, fu rilasciato dopo un mese e messo sotto stretta sorveglianza di polizia agli arresti domiciliari. Il mese seguente Abduhelil riuscì ad evadere dalla propria abitazione. Indifferente al divieto proclamato dalle autorità, il movimento Meshrep continuò clandestinamente la propria attività.

Dal 1996 innumerevoli moschee sono state sistematicamente chiuse dalle forze di sicurezza. Per limitare la diffusione della fede islamica, ai credenti musulmani è anche stato vietato di radunarsi in abitazioni private.

Fonte: http:  Associazione per i popoli minacciati

 

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